Associazione culturale senza fini di lucro fondata nel 1972 che riunisce appassionati di mineralogia e paleontologia per promuovere lo studio, la ricerca, la raccolta e lo scambio di minerali e di fossili.
      
Collabora con il MUST               
Museo Universitario di Scienze della Terra
Dipartimento di Scienze della Terra - Mineralogia
Università di Roma Sapienza
Piazzale A. Moro 5 - 00185 ROMA
Associazione riconosciuta ai sensi del D.P.R. n.361/2000  
 
 
 

  Facebook
Pubblicazioni
 

L'approccio alla ricerca di minerali secondo il criterio geologico: l'esempio del Vulcano Vicano


di
     Stefano Perini
     Paolo Rossi
     Fabio Tamagnini
 

         

Per l'individuazione di zone proficue per la raccolta, il ricercatore di minerali del Lazio opera, molto spesso, rifacendosi a quelle che sono le proprie esperienze personali o a quelle trasmesse da altri ricercatori, frequentando così per anni le stesse zone o limitando la ricerca in quelle limitrofe. L'assidua ricerca in tali zone, unita allo scarso rinnovamento dato dall'erosione o dall'intervento dell'uomo (arature o lavori di sbancamento) hanno portato, in molti casi, all'esaurimento delle stesse.

Quindi il ricercatore di minerali, per far fronte alla scarsità di ritrovamenti, inizia nella maggior parte dei casi a girare “a naso” con alterne fortune: inizia a percorrere chilometri in macchina e a piedi, magari per scopi completamente diversi dalla raccolta di minerali, e raramente trova qualche nuovo affioramento. Questo ricercatore, frustrato dai pochi ritrovamenti è quello che poi sostiene che “nel Lazio ormai non c'è più niente” (ma ci sarebbe da chiedersi: quando mai c'è stata abbondanza nel Lazio?) rinunciando lui stesso alla ricerca e sfiduciando le nuove leve di appassionati.

Secondo la nostra personale esperienza l'approccio valido per la ricerca di minerali nel Lazio, e non solo, è racchiusa nel motto dei geologi: “ mente et malleo ”, che tradotto dal latino, significa “con la testa e con il martello”. Crediamo che tale motto sia appropriato per descrivere quello che è il modo corretto di operare nel campo delle Scienze Geologiche: c'è sempre bisogno di una prima fase di studio (la fase “ mente ”) fatta “a tavolino” noiosa ma necessaria, seguita da una verifica fatta sul campo (la fase “ malleo ”), sempre faticosa, spesso infruttuosa, che ti fa tornare a casa sporco e stracciato, ma che a volte dà i suoi frutti. Quindi nella prima fase, il ricercatore inizia a farsi una idea di quello che potrebbe trovare in campagna, incrociando il proprio bagaglio di conoscenze con quello di studiosi nel settore di pertinenza delle Scienze Geologiche. Inizierà con la lettura di pubblicazioni di vulcanologia, rilevamento geologico o petrografia riguardanti le località in cui vuole concentrare le proprie ricerche. Tali letture, reperibili presso le biblioteche delle Università o attraverso le banche dati in rete, richiedono conoscenze di base, nel campo delle Scienze Geologiche, che possono essere acquisite attraverso libri a carattere divulgativo.

E' fondamentale innanzitutto conoscere per sommi capi la geologia della zona di nostro interesse e soprattutto i rapporti stratigrafici che intercorrono fra le varie formazioni(1) presenti : cioè sapere quali sono le formazioni che, pur non contenendo “proietti mineralizzati”, sono poste sopra e sotto quella che invece li contiene. Conoscere i rapporti stratigrafici tra le formazioni ci aiuterà, durante le fasi di ricerca, a capire come ci dobbiamo muovere sul terreno rispetto alla posizione in cui siamo. Se riusciamo a riconoscere cosa abbiamo sotto i piedi e sapendo, per esempio, che la formazione contenente i proietti mineralizzati si trova al di sopra, ci muoveremo verso monte e viceversa (a meno di particolari situazioni tettoniche o di marcata erosione che possono modificare localmente questa regola). Diventa quindi estremamente importante saper riconoscere in campagna le varie formazioni, aiutati da evidenti caratteristiche macroscopiche quali la presenza di strutture particolari o di minerali caratteristici (per esempio il colore di una formazione non è quasi mai un carattere distintivo sicuro perché può subire delle variazioni dovute ad alterazioni superficiali o al fatto che la superficie sia o meno bagnata).

Una volta studiata la parte prettamente geologico-petrografica è necessario avere una carta geologica dove le formazioni sono poste in relazione alla topografia esistente. Aiutati poi da una carta topografica dettagliata e, ove possibile, aggiornata, dedicheremo alcune uscite non alla ricerca dei minerali, ma degli affioramenti. Andremo cioè alla ricerca di quei punti in cui sono evidenti le formazioni e i loro contatti reciproci (fossi, piccoli dirupi, tagli stradali, terrazzamenti, campi coltivati, ecc.) in modo da avere un quadro generale sulla geologia della zona che ci permetterà di ottimizzare il nostro lavoro. Non sempre il risultato è garantito, perché una cosa è individuare le formazioni sul terreno e un'altra è trovare poi proietti mineralizzati.

Tenendo presente quanto detto finora vogliamo prendere come esempio la ricerca di proietti mineralizzati nel complesso vulcanico di Vico fornendo al lettore gli strumenti per riconoscere le formazioni che li contengono e quelle stratigraficamente correlate. Abbiamo tralasciato volutamente gli aspetti geologici-petrografici che non interessano da vicino il ricercatore di minerali del Lazio.

IL COMPLESSO VULCANICO DI VICO

… richiesto dagli abitanti di dare una prova rivelatrice della sua forza, Ercole, narra la leggenda, alla ricerca su questi monti delle ninfe Melissa e Amaltea, scaglia la sua clava, conficcandola tenacemente nel terreno. Poi invita gli astanti ad estrarla. Tentativi inutili. Tocca al semidio stesso sradicarla, e l'ha appena tolta che dal foro venutosi a creare sgorgherà tant'acqua da dare in breve origine al “lacus Ciminus” ...

(Jannattoni, 1990).

Il vulcano di Vico è ubicato nel Lazio settentrionale ed è un tipico stratovulcano ad apparato centrale con un edificio di forma conica costituito da un'alternanza di lave e materiali piroclastici. Il cono è troncato alla sommità da una caldera polifasata eccentrica verso sud, e circondato da un vasto plateau ignimbritico(2) . La caldera è composta da due strutture principali di collasso: una forma la valle di Vico mentre l'altra ospita il lago. Dal fondo della caldera si innalza il cono vulcanico intracalderico di Monte Venere.

I prodotti del vulcano di Vico coprono un area di circa 1200 km2 e si estendono ad Est fino al bordo della Valle del Tevere, ad Ovest fino a toccare Monte Razzano, mentre a Nord e a Sud vengono limitati rispettivamente dai prodotti degli apparati vulcanici Vulsino e Sabatino.

BREVE STORIA EVOLUTIVA DEL VULCANO DI VICO

La storia evolutiva del vulcano di Vico si può sintetizzare in quattro fasi principali (Bertagnini e Sbrana, 1986). La I , II e IV fase hanno visto la messa in posto di formazioni che non contengono proietti mineralizzati mentre durante la III fase sono stati eiettati dal vulcano numerosi prodotti che contengono tali proietti. In questa fase l'attività prevalente è di tipo esplosivo con l'emissione di tre grandi formazioni piroclastiche chiamate ignimbriti A, B e C (Locardi, 1965). Le formazioni piroclastiche A, B e C sono le più importanti, per volume dei prodotti, di tutte quelle del Vulcano di Vico. La ricostruzione delle sequenze eruttive mostra che si tratta di eruzioni pliniane caratterizzate da depositi di ricaduta seguiti da depositi di colata piroclastica. In questo lavoro descriveremo soltanto le formazioni appartenenti alla III fase lasciando al lettore interessato il compito di approfondire l'argomento sulle pubblicazioni esistenti (Bertagnini e Sbrana, 1986; Locardi, 1965; Mattias e Ventriglia , 1970).
(N.B.: le formazioni sono descritte partendo dalla più antica)

L'IGNIMBRITE A

L' ignimbrite A (Locardi, 1965), con un volume di deposito di 2-3 km3 , si è espansa sui fianchi orientali ed occidentali del vulcano sino ad una distanza di circa 12 km, occupando un'area di circa 250 km2. Gli spessori massimi osservabili nelle paleovalli raggiungono i 50 m. Il colore del deposito è grigio-violaceo (fig. 1) con una fitta punteggiatura di piccoli cristalli di leucite alterata e grandi pomici nere. Non è infrequente trovare all'interno di questa Unità piroclastica dei livelli arricchiti in litici di differente natura.

Fig. 1 – Fronte di cava nei pressi dell'abitato di Capranica (VT) dove sono evidenti le ignimbriti A, B e C e i loro rapporti stratigrafici. Foto di E. Signoretti .

La sequenza eruttiva ha inizio con un deposito di ricaduta, formato da un banco di lapilli pomicei ben classati(3) e da inclusi litici di varia natura. Dopo la messa in posto di questo deposito si possono riconoscere almeno tre unità di flusso formate da fiamme scoriacee grigio chiare punteggiate fittamente da cristalli millimetrici di leucite analcimizzata e immerse in una matrice cineritica parzialmente saldata di colore grigio violaceo. Questa unità piroclastica è visibile solo dove c'è stata una profonda erosione delle sovrastanti formazioni vulcaniche.

Caratteristica di questa formazione è quella di presentare localmente dei livelli di alcuni decimetri di spessore di litici molto ben cementati fra di loro, intercalati con i depositi di ceneri e pomici. Questi livelli sono ben visibili dove c'è stata l'azione degli agenti atmosferici che hanno dilavato la frazione cineritica che costituisce la matrice. Questo fatto evidenzia che i livelli conglomeratici sono molto più litoidi del resto della formazione. I litici sono principalmente dei piccoli frammenti di lave con dei piccolissimi cristalli di leucite analcimizzata. Molto raramente sono presenti fra gli inclusi di vario genere delle “sanidiniti”. Questi proietti sono caratterizzati dalle piccolissime dimensioni dei cristalli di “sanidino” che ne costituiscono la massa (figg. 2 e 3). Appaiono sempre del tutto inalterati nonostante l'esposizione agli agenti atmosferici e con la parte esterna di colore verde chiaro. Nelle piccole cavità formate dall'intreccio dei cristalli di sanidino si possono riconoscere al microscopio binoculare cristalli di zircone, thorite, baddeleyite, “hellandite”, titanite e magnetite oltre che numerosi cristalli di grandi dimensioni di un minerale del “gruppo della cancrinite”. E' interessante notare come tutti questi minerali seppur in individui ben sviluppati, mostrano spesso bordi arrotondati ed un aspetto “rifuso” o sono ricoperti da uno strato di una non meglio identificata sostanza (probabilmente opale). Altra caratteristica peculiare di queste sanidiniti è la presenza al loro interno di grandi “geodi” che contengono dei cristalli di minerali del “gruppo della sodalite”.

  Fig. 2 – Incluso “sanidinitico” nell'ignimbrite A, aspetto esterno; Capranica. Foto E. Signoretti .

Fig. 3 – Incluso “sanidinitico” nell'ignimbrite A, aspetto interno; Capranica. Foto E. Signoretti.

L'IGNIMBRITE B

Questa ignimbrite si è espansa sui fianchi sudoccidentale, meridionale e sudorientale del vulcano, spingendosi fino alla distanza di circa 10 km dal centro di emissione. La superficie occupata da questi prodotti è di circa 100 km2 ed il volume del deposito si aggira intorno a 0,5-1 km3. Nel settore meridionale, a causa della morfologia piana del substrato che ha permesso l'espansione continua e regolare dell'ignimbrite B, si possono trovare dei forti spessori (anche più di 50 m) di materiali appartenenti a questa Unità. Sul versante occidentale l'ignimbrite B si estende fino a 14 km dal suo centro di emissione, grazie al controllo esercitato dalle incisioni vallive dei rilievi calcarei lungo le quali i flussi piroclastici si sono incanalati.

La sequenza eruttiva dell'ignimbrite B inizia con un deposito di ricaduta formato da livelletti centimetrici classati di lapilli scoriacei, ceneri vescicolate, separati l'uno dall'altro da livelletti più piccoli dello stesso materiale però caratterizzati da un forte arrossamento. Ove possibile questi ultimi possono essere presi come indicatori dell'inizio della Unità piroclastica B. Questo deposito è presente in modo uniforme intorno al vulcano e presenta frequentemente dei fenomeni di deformazione postdeposizionale dovuti alla tettonica. La sequenza stratigrafica prosegue con pomici pliniane di ricaduta, il cui spessore massimo è di 30 cm ; i componenti sono in prevalenza bombe e lapilli pomicei; gli abbondanti litici sono di rocce subvulcaniche. L'Unità B è costituita da almeno tre unità di flusso, separate da nette discontinuità planari e formate da pomici molto fluitate e vescicolate di colore nero che presentano al loro interno dei grandi cristalli di sanidino freschissimi , di 1- 2 cm di lunghezza. Queste pomici hanno delle dimensioni variabili da pochi centimetri fino ad un massimo di 30 cm di diametro e, a causa del dilavamento che asporta con facilità la frazione cineritica della matrice, sono sempre ben evidenti negli affioramenti. Questa caratteristica, unita alla presenza dei cristalli di sanidino all'interno delle pomici, facilita il riconoscimento di questa formazione.

All'interno di questa unità non abbiamo mai osservato dei proietti mineralizzati.

L'IGNIMBRITE C

L'ignimbrite C è la più importante come volume dei prodotti emessi (circa 10 km3).

La sequenza eruttiva inizia con una fase a carattere pliniano, in cui viene eruttato circa 1 km3 di materiale a cui segue la fase parossistica cui è legata l'emissione della parte più considerevole di prodotti. Il passaggio fra i due momenti è marcato dall'emissione di depositi di flusso estremamente grossolani tipo brecce vulcaniche, distribuiti in prevalenza sul bordo meridionale della caldera. Probabilmente alla loro emissione è legato un primo momento di collasso dell'edificio, data l'abbondanza di litici di rocce superficiali (lave dello stratovulcano e rocce sedimentarie neogeniche). Successivamente si ha l'emissione di una colata piroclastica i cui prodotti sono noti in letteratura con il nome di “Tufo Rosso a Scorie Nere”. Il Tufo rosso a scorie nere si espande tutto intorno al vulcano per un raggio di 25 km, coprendo un'area di circa 1200 km2. I limiti di questa colata piroclastica sono stati individuati verso Nord-Est ed Est in prossimità della Valle del Tevere, mentre a Nord e Ovest viene a contatto con i prodotti vulcanici dei Vulsini. Infine a Sud riempie le paleovalli incise nei depositi del vulcano vicano stesso. Gli spessori massimi (60- 80 m) si raggiungono alla periferia dell'edificio dove va a colmare delle depressioni preesistenti.

Nella facies  più tipica l'ignimbrite C  è costituita  da  grosse scorie nere porfiriche(4) a leucite e sanidino, immerse in una matrice cineritica di colore rosso-giallastro, spesso molto litificata.

Tra tutte le formazioni è quella che ha subito di più il controllo della topografia preesistente al momento della messa in posto. Si può dire che la morfologia dolcemente ondulata, quasi pianeggiante, dei Vicani sia determinata dai meccanismi di messa in posto di questi prodotti che hanno ricoperto quelli sottostanti.

Fig. 4 - Particolare della fig. 1 dove sono evidenti le ignimbriti B e C. Nell'ignimbrite B si possono facilmente osservare le pomici di colore nero (indicate dalle frecce) contenenti cristalli di sanidino. Sono inoltre ben evidenti le facies pomicea, conglomeratica e il tufo rosso a scorie nere appartenenti all'ignimbrite C.
Foto di E. Signoretti.

L'ignimbrite C è formata da varie facies che, considerata la loro importanza, tratteremo separatamente:

a) facies pomicea

Questo deposito di pomici fa da transizione con la sottostante ignimbrite B ed è sempre presente con spessori che vanno da 30 cm a 2 m (Fig. 4). Il deposito si presenta non classato e abbastanza sciolto; nell'insieme il colore è grigio chiaro. Le pomici sono molto vescicolate, filate e delle dimensioni massime di 3- 4 cm e, una volta rotte, non presentano alcun cristallo evidente. Sono anche presenti rari frammenti di rocce sedimentarie a spigoli vivi con un caratteristico color ruggine che interessa solamente la parte esterna. Le dimensioni massime osservati per questi frammenti litici sono di 2 cm di lunghezza.

b) facies di breccia vulcanica

Questa facies può raggiungere degli spessori anche elevati o essere del tutto assente, lasciando supporre che si trovi in “lenti”, di limitata estensione e spessore, all'interno dell'ignimbrite C.

Il deposito è formato da frammenti litici di varia natura come lave, rocce sedimentarie, blocchi di skarn e rocce subvulcaniche di dimensioni che possono raggiungere i 3 m di diametro e appare non classato. In base alla nostra esperienza si può stimare che, all'interno della facies conglomeratica dell'ignimbrite C, i proietti “sanidinitici” (figg. 5, 6 e 7) rappresentano solamente il 5% del totale degli inclusi.

  Fig. 5 – Incluso “sanidinitico” nell'ignimbrite C; Capranica. Foto E. Signoretti.

Fig. 6 – Incluso “sanidinitico” nell'ignimbrite C; Capranica. Foto E. Signoretti.

Fig. 7 – Incluso “sanidinitico” nell'ignimbrite C; Capranica. Foto E. Signoretti.

Per quanto riguarda i proietti calcarei termometamorfosati (skarn) sono presenti soltanto nella facies conglomeratica dell'unità piroclastica C. Sono essenzialmente di tre tipi:

  1. a pirosseno verde (probabile diopside fassaitico) ed anortite
  2. a pirosseno verde (probabile diopside fassaitico) e wollastonite
  3. a pirosseno verde (probabile diopside fassaitico), vesuvianite, grossularia e wollastonite.

c) facies del Tufo Rosso a Scorie Nere

È la facies più comune ed è sempre presente alle quote superiori dell'area rilevata.

L'aspetto è quello di tufi molto litificati di colore rosso giallastro in cui compaiono delle scorie nere oltre che, in misura minore, inclusi lavici e pomici.

La matrice è costituita da ceneri giallo-rossastre su cui spiccano le scorie nere caratteristiche di questa facies. Queste scorie sono porfiriche, con piccoli cristalli di leucite analcimizzata e sanidino.

La transizione della facies conglomeratica con il Tufo Rosso a Scorie Nere non è marcata ma graduale: le differenze sostanziali fra queste due formazioni sono il contenuto molto minore in litici, oltre che le ridotte dimensioni di questi ultimi, e la predominanza della matrice cineritica del Tufo Rosso a Scorie Nere rispetto alla facies conglomeratica.

CONCLUSIONI

Scopo di questo articolo è quello di suggerire una chiave di lettura delle ricerche effettuate “sul campo” che vada oltre il reperire o meno proietti mineralizzati e allarghi le conoscenze del ricercatore nel campo delle Scienze Geologiche.

Procedendo con questo metodo il ritrovamento di proietti mineralizzati sarà un vero puzzle nel quale dovranno combaciare le nostre conoscenze teoriche con le evidenze sul terreno. Secondo la nostra opinione tale metodo di ricerca è di grande soddisfazione poiché il ritrovamento di un proietto mineralizzato è soltanto il “momento finale” di un meraviglioso orizzonte “spazio-temporale” offerto dalla Geologia intesa come “storia della Terra”.

Note

  1. Formazione: unità geologica “…definibile come corpo roccioso distinto e litologicamente individuabile e mappabile, che possiede contatti riconoscibili con altre formazioni. Le formazioni non vengono classificate in base al tempo geologico, ma piuttosto in funzione dei caratteri distintivi fisici e chimici delle rocce che le costituiscono…” (Tealdi, 1991).
  2. Ignimbrite: roccia di origine piroclastica che deriva dalla deposizione delle cosiddette nubi ardenti. Il termine piroclastico è riferito a quei materiali (clasti) eiettati durante l'attività esplosiva dei vulcani. Con il termine nube ardente si intende una massa fluida costituita da frammenti di lava, lapilli, ceneri e proietti, mescolati con i gas magmatici, che, durante le eruzioni esplosive, discende con grande energia lungo le pendici del vulcano e si deposita anche su vaste superfici. Dal raffreddamento, durante il quale i frammenti in dispersione si saldano e si compattano, si formano le ignimbriti che talvolta possono assumere l'aspetto di rocce molto compatte a dalla granulometria finissima, altre volte possono avere una struttura caotica, per disposizione e distribuzione del tutto irregolari degli inclusi. L'interesse mineralogico di questo tipo di rocce è rappresentato proprio da questi inclusi.
  3. Classato: si dice di un deposito che mostra una selezione del materiale in funzione della direzione.
  4. Rocce porfiriche: rocce caratterizzate “…dalla presenza di grossi individui cristallini idiomorfi, primari, immersi in una pasta di fondo costituita da sostanza vetrosa, oppure da cristallini minutissimi e idiomorfi fittamente aggregati.” (Tealdi, 1991).
 
 


BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Bertagnini A., Sbrana A., (1986) - Il vulcano di Vico: stratigrafia del complesso vulcanico e delle sequenze eruttive delle formazioni piroclastiche - Mem. Soc. Geol. It ., 35, 699-713

Jannattoni L., (1990) - Lazio rustico e sconosciuto - Newton Compton 1 a ed., pp. 512.

Locardi E., (1965) - Tipi di ignimbriti di magmi mediterranei: le ignimbriti del Vulcano di Vico - Atti Soc. Tosc. Sc. Nat., 72, 55-173

Mattias P. P., Ventriglia U., (1970) - La regione vulcanica dei Monti Sabatini e Cimini - Mem. Soc. Geol. It., 9, 331.384

Tealdi E., (1991) - Mineralogia e Geologia – Vocabolario - AMF, APMP-MTM, CVM, GMC, GML, GMP, pp. 264.

                          
 
 
 

Home
| Pubblicazioni | Eventi | Mostra | News | Links