I. Inquadramento storico
Il Tempio di Antonino e Faustina (Templum Divi Antonini et Divae Faustinae), che si trova a Roma sulla Via Sacra, tra il Tempio di Romolo e la Basilica Emilia, fu fatto costruire dall’imperatore Antonino Pio dopo la morte della moglie Faustina, avvenuta nel 141 d. C.. In seguito alla morte dello stesso Imperatore, nel 161 d. C., il tempio venne dedicato ad entrambi.
L’iscrizione dedicatoria è stata incisa in due momenti successivi. Quando il Tempio è stato costruito, sulla parte bassa dell’architrave è stata riportata la seguente dicitura: “Divae Faustinae Ex S. C.” (alla divina Faustina per decreto del senato). L’iscrizione superiore fu aggiunta in seguito, dopo la morte di Antonino Pio, cesellando via una parte del fregio e aggiungendo le seguenti parole: “Divi Antonino et” (al divino Antonino e).
Il Tempio si trasformò in luogo di culto cristiano, probabilmente, nel VIII secolo. Nel 1430 il papa Martino V concesse la chiesa al Collegio degli Speziali, oggi Collegio Chimico Farmaceutico, che ne ha ancora la giurisdizione; nel 1602 fu rifatta, occupando la sola cella del Tempio originario, e la facciata venne sopraelevata.
La sola facciata della chiesa fu ricostruita da Orazio Torriani dal 1601 al 1614.
La chiesa prese il nome di San Lorenzo in Miranda. L’appellativo “in Miranda” potrebbe derivare dal latino mirare, in riferimento al suggestivo panorama del Foro, oppure potrebbe trattarsi semplicemente del nome di una benefattrice. Il toponimo “San Lorenzo” potrebbe derivare dal fatto che in quel punto il santo è stato condannato a morte.
Oggi la chiesa è custodita dal clero diocesano.
II. Utilizzo dei materiali lapidei ai Fori Imperiali
L'uso del marmo in architettura, e specialmente la moda di rivestire pareti e pavimenti con crustae marmoree (cioè lastre di marmi bianchi e colorati), ebbe un'enorme diffusione in tutto l'impero romano.Tuttavia il costo del materiale e, soprattutto, del trasporto in località spesso lontane dalla cava, ne consentiva l'uso solo alle classi più abbienti, facendone un segno di benessere economico e un simbolo di prestigio.All'epoca della costruzione del Foro, le cave più importanti erano di proprietà imperiale; una percentuale della loro produzione veniva inviata a Roma per essere immessa sul mercato, quindi venduta a privati, o per essere utilizzata nelle grandi opere pubbliche volute dagli imperatori.
Per la costruzione dei Fori Imperiali sono stati usati i seguenti marmi:
Porfido “Rosso Antico”
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Porfido “Rosso Antico” – Coll. e foto V.Nasti |
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Questa roccia è stata chiamata Porphyrites perché la colorazione richiamava molto il color porpora.
Si tratta di una roccia effusiva a struttura porfirica, cioè formata da elementi più grossolani sparsi in una pasta di fondo con granulometria più minuta, vetrosa e a volte amorfa. I fenocristalli sono feldspati, quarzo e mica immersi in una pasta di fondo spesso microspicamente difficile da determinare.
Il porfido veniva cavato probabilmente presso il Canale di Suez, dato che alcuni naturalisti riferivano che la località di provenienza di tale materiale era situata tra l’Egitto e l’Arabia; venne chiamato Pietra Romana a causa della grande quantità che ne veniva trasportata a Roma (Giardini e Colasante, 1983).
I Romani ne fecero largo uso a scopo decorativo, grazie anche alla varietà di colori: rosso, verde, grigio e nero. Inoltre fu molto utilizzatoper la scultura: se ne trovano esempi nelle chiese di S. Prassede, a S. Maria Maggiore, S. Giovanni in Laterano, S. Clemente, SS. Giovanni e Paolo, ecc..
Pavonazzetto
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Pavonazzetto – Coll. e foto A. Mussino |
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Marmo colorato a fondo biancastro, con venature e macchie purpuree.
A Roma questo materiale è stato utilizzato fin dall’età repubblicana per fare lastre decorative per pavimenti e pareti (Tempio della Concordia, Basilica Giulia, ecc.), per i fusti delle colonne (Pantheon, Mausoleo di Adriano riutilizzate poi per la Basilica di S. Paolo fuori le mura) eper opere statuarie: come i Daci, usati nell’Arco di Costantino, ma in realtà provenienti dal Foro di Traiano.
Le cave si trovavano presso Afyon, nell’attuale Turchia. I Romani furono colpiti da questo marmo per la particolare bellezza e valenza simbolica,che li spinse ad estrarlo in maniera molto intensa. I siti estrattivi distavano circa 300 km dalle coste occidentali dell’Asia Minore, dove i manufatti semilavorati di cava giungevano dopo essere stati trasportati con chiatte lungo il fiume Meandro, per essere successivamente imbarcati in navi chiamate naves lapidariae (Giardini e Colasante, 1983).
Granito del Foro
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Granito del Foro – Coll. e foto A.Mussino |
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Roccia a grana media, con minerali scuri e regolari.
Le cave situate nel deserto orientale egiziano vennero aperte presso il Gebel Fatireh chiamato in seguito Mons Claudianus, denominazione che fa riferimento all’epoca dell’imperatore Claudio che diede inizio allo sfruttamento di questo granito.
La denominazione che poi ha assunto è dovuta al diffusissimo utilizzo che ne è stato fatto nel Foro di Traiano per i fusti delle colonne. E’ il nome datogli dai marmorari romani nell’Ottocento.
Venne estratto a partire dal I sec. d.C., con il massimo sfruttamento durante l’epoca antonina: si impiegò soprattutto a Roma fino al III–IV sec. d.C., per fusti di colonne (Foro di Traiano, il Tempio di Venere, il Pantheon, le Terme di Caracalla, ecc.), vasche monumentali, come quelle che provengono dalle Terme di Caracalla a Piazza Farnese, e lastre decorative parietali e pavimentali (Pensabene e Bruno, 1998).
Giallo antico
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Giallo Antico – Coll. e foto A.Mussino |
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Marmo colorato di varie tonalità di giallo, con macchie e vene rossastre.
Il giallo antico, detto anche Marmor Numidicum, si cavava presso la città di Simitthus, l’odierna Chemtu (Tunisia). Era sicuramente uno dei marmi più conosciuti e apprezzati a Roma. Il suo utilizzo, è attestato a partire dal I sec. a.C., per fusti di colonne (Pantheon) piccoli capitelli (Ostia) lastre parietali e pavimentali (Basilica Emilia, Foro di Traiano, Pantheon), per opere di statuaria come ad esempio la statua di barbaro prigioniero proveniente dalla Basilica Emilia (ora è esposta a Palazzo Altemps), e poi statue raffiguranti animali, come nella Sala degli Animali ai Musei Vaticani (Pensabene e Bruno, 1998).
E’ stato cavato ed esportato fino nel terzo sec. d.C. ed era uno dei marmi più costosi.
Lumachella orientale o d’Egitto
E’ un tipo di marmo molto raro che deve il suo nome alla forma delle conchiglie fossili incluse (“lumache”) che assumono sfumature di bianco, grigio e nero le quali gli conferiscono un aspetto opalescente con iridescenze brillanti molto particolari.
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Lumachella orientale – Coll. e foto A.Mussino |
Lumachella orientale – Coll. e foto V.Nasti |
Proviene dalla zona di Thuburbo Maius l’odierna Hencir el Kasbat (Tunisia). Il primo uso di questo litotipo risale alla fine dell’età repubblicana, quando piccole lastre di mattonelle di lumachella venivano inserite in pavimenti marmorei o a mosaico. Veniva impiegato anche per colonne. Il periodo di maggiore diffusione è riferibile all’età flavia.
Le tracce presenti sui blocchi di marmo possono darci, talvolta, importanti indicazioni circa la loro provenienza.
Nelle cave più importanti, per favorire le operazioni di contabilizzazione, potevano essere incise sui blocchi sigle di riferimento per il settore (brachium) o per il punto esatto (locus) dal quale il blocco era stato estratto.
Le vicende di un blocco di marmo spesso non si esaurivano nel momento in cui veniva messo in opera nell'edificio per il quale era stato scolpito. Infattise, successivamente, il monumento andava in rovina, per incuria o danni, i blocchi venivano asportati e riutilizzati per nuove costruzioni; potevano essere "bruciati" nelle calcare per farne calce di ottima qualità, oppure riutilizzati come materiale da costruzione, o come elementi decorativi. Molti monumenti antichi furono usati nel Medioevo come cave di materiale; si sfruttavano a volte gli elementi architettonici antichi come fossero blocchi di marmo appena estratti, scolpendo una nuova decorazione per un diverso utilizzo.
Con il Rinascimento si diffuse l'uso di collezionare pezzi antichi. Talvolta le parti decorate venivano asportate dai blocchi e ridotte in lastre, più maneggevoli. Per spezzare i blocchi si realizzavano, lungo la linea di frattura desiderata, una serie di cavità, in cui venivano inseriti dei cuneidi legno: questi, bagnati, si dilatavano e spaccavano la pietra.
Se tuttavia non si teneva conto delle venature naturali del marmo, la frattura poteva non seguire la direzione preventivata: spesso il blocco, ormai danneggiato veniva allora abbandonato sul posto.
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Fig. 1 Principali luoghi di estrazione dei marmi colorati |
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III. Architettura del Tempio di Antonino e Faustina
Il tempio è esastilo (con sei colonne sul lato frontale), con l’aggiunta di 2 colonne ai fianchi del portico. La cella ha mura di peperino, un tempo ricoperte di marmo; ne rimane conservato, in alto, il fregio rappresentante grifoni raggruppati intorno a candelabri.
Sotto Urbano V (1362-1370) una parte della cella venne distrutta con lo scopo di ricavarne materiali per il restauro del palazzo lateranense. La forma presente (col timpano barocco) fu data alla chiesa durante il restauro compiuto al tempo di Paolo V nel 1602.
L’edificio è su un alto podio in blocchi di peperino, preceduto da una scalinata, della quale sono rimasti intatti, partendo dal basso, solo i primi tre gradini, i rimanenti sono stati ricostruiti recentemente in mattoni. Al centro della scalinata c’è un altare che, probabilmente, in passato veniva utilizzato per riti religiosi compiuti alla presenza del popolo.
La fronte dell’edificio mostra 6 colonne monolitiche di marmo cipollino alte 17 metri, di 1,45 metri di diametro, con capitelli di ordine corinzio in marmo bianco. Le colonne, lungo la circonferenza, presentano dei profondi solchi: presumibilmente, delle corde o delle catene sono state avvolte lì nel tentativo di abbattere il pronao del tempio da parte di zelanti cristiani allo scopo di demolire il santuario pagano, o semplicemente per riutilizzare il materiale. Le scanalature sono derivate dallosfregamento delle corde per i ripetuti tentativi fatti per rovesciare le colonne. Un’altra spiegazione potrebbe essere l’utilizzo di corde per il posizionamento, nel XIV secolo, di un tetto provvisorio sopra la costruzione.
La rimanente parte del tempio è stata convertita nella chiesa di San Lorenzo nel VII o VIII secolo. Il frontone barocco, posto al di là del colonnato, fa parte della chiesa.
La facciata della chiesa è in laterizio con un grande timpano spezzato a sesti curvi.
IV. Descrizione dei materiali lapidei in opera
I principali materiali lapidei in opera sono: marmo cipollino, peperino, travertino e marmo bianco.
Marmo cipollino
Prende questo nome per le caratteristiche venature. E’ una roccia metamorfica definita dal punto di vista geologico: calcescisto verde (che deriva dal metamorfismo dei calcari argillosi). Molto conosciuto e utilizzato presso i Romani nella varietà sia ondulata sia pian-parallela. Si presenta di colore grigio-verde, con grana fine e scistosità accentuata. La sua composizione tipica è: calcite, mica e quarzo (scarso); la tessitura è scistosa.Offre la possibilità a dividersi in lastre sottili secondo piani subparalleli. La scistosità è il prodotto della pressione orientata ed è marcata dalla disposizione dei minerali di forma allungata, fibrosa, lamellare (miche).
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Cipollino var. ondulata – Coll. e foto A.Mussino |
Cipollino var. pian-parallela – Coll. e foto A.Mussino |
La sua genesi è dovuta al metamorfismo dinamo-termico regionale: causato dall'aumento di pressione in prossimità di zone di frattura o di faglia (aree tettoniche), dove i movimenti orogenetici provocano aumenti generalizzati di temperatura e pressione interessando grandi estensioni di rocce (decine, fino a centinaia di chilometri).
Il marmo cipollino fa parte della facies a scisti verdi, caratterizzata da temperature comprese fra 400 e 550°C, e pressioni fra 3000 e 8000 atmosfere, pressione orientata prevalente.
I diversi siti estrattivi, da cui si ricavava il Marmor Carystium (ribattezzato “cipollino” dai marmorari romani in epoca moderna), erano situati prevalentemente nell’Eubea meridionale, tra Styra e Karystos (Grecia). Il distretto più conosciuto è quello di Kylindroi, presso Karystos, dove ancora oggi giacciono colonne gigantesche semirifinite simili per dimensioni a quelle utilizzate per il Tempio di Antonino e Faustina.
Questo materiale veniva utilizzato prevalentemente per colonne, lastre che servivano per ornare pareti e pavimenti ed eccezionalmente anche in opere scultoree, come il coccodrillorinvenuto presso Villa Adriana.
Travertino
Gli Antichi chiamavano tale roccia Lapis Tiburtinus. Essa si formava per precipitazione chimica delle acque albule di Tivoli. Durante i secoli queste acque hanno accumulato potentissimi spessori vicino al fiume Aniene e proprio qui i Romani iniziarono un’imponente attività estrattiva che dura ancora oggi.
Data la formazione di tipo subaereo – continentale, il travertino ha delle caratteristiche estetiche diverse a seconda della località dove si è formato. Il colore predominante è il bianco, ma spesso si trovano sfumature giallognole, grigie, marrone tendente al ruggine. Inoltre può essere più o meno poroso o compatto, proprio per questo è stato usato in vari modi dai Romani.
Le cave più antiche che si conoscono si trovano presso Tivoli: in particolare in località “Cave delle Caprine” ne veniva cavato una varietà avente una colorazione bianco–giallognola, la quale determinò per un certo tempo la denominazione di marmo giallo di Tivoli; mentre presso “Cave delle Fosse” e presso i “Piani di San Clemente” il travertino è bianco, poroso e poco compatto. Il materiale estratto da quest’ultima cava è stato usato da Bernini per il colonnato di San Pietro. Un’altra cava abbondantemente utilizzata era quella situata nelle vicinanze di Varco (in provincia di Rieti), dove veniva estratto un travertino molto duro e compatto, abbondantemente utilizzato durante l’Impero Romano (Giardini e Colasante, 1983).
Il Lapis Tiburtinus è una roccia salda, compatta e resistente alle alterazioni atmosferiche, come dimostrato dall’utilizzo che ne è stato fatto, per esempio,nell’Anfiteatro Flavio ed al Teatro Marcello. Fu celebrato dal poeta Vitruvio come materiale resistente a tutto, ma non al fuoco perché quando esso penetra all’interno dei pori riscalda l’aria ivi contenuta ed essa, dilatandosi, ne provoca la frantumazione.
Peperino
Il peperino è una roccia di origine vulcanica costituita da ceneri, lapilli e frammenti litoidi di varie dimensioni, e di origine diversa, sia magmatica che sedimentaria. Prende questo nome,perché i piccoli elementi micacei sulla pasta di fondo grigia, ricordano i grani del pepe. Si trova abbondantemente sui Colli Albani da cui deriva il nome di Lapis Albanus. Le popolazioni lo estraevano da cave presso la antica porta di Albano e presso il castello di Marino.
Di questa roccia ne è stato fatto un importante uso come pietra da taglio, per decorazioni e per fondamenta. Durante il Medioevo era utilizzato per i gradini delle scale e per le fontane. Questo materiale si altera molto facilmente per effetto dell’umidità, infatti tutti gli edifici antichi edificati con questa roccia risultano essere particolarmente segnati dall’azione del tempo.
V. Prodotti del degrado sul monumento
Le prime forme di degrado che si notano sul Tempio di Antonino e Faustina sono quelle presenti sui fregi. Qui si può ipotizzare una duplice forma di degrado, in quanto i fregi sono ricoperti da tettoie solo per una piccola parte, perciò risultano essere soggetti alla deposizione delle particelle presenti nell’atmosfera ed all’azione dilavante della pioggia. Spesso è proprio l’acqua percolante a causare i maggiori danni.
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Base della colonna lato nord - Foto D. Paradiso |
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Il colore scuro è dovuto alla presenza, in soluzione nell’acqua piovana, di anidride solforosa, molto presente poiché il monumento si trova in una delle aree più trafficate della città, la quale, disciolta, reagisce con il calcare del marmo andando a provocare queste antiestetiche tracce nere.
L’abaco dei capitelli delle colonne risulta essere mancante delle parti esterne più sporgenti. Le cause potrebbero essere: presenza di zone di discontinuità che con il peso dell’architrave sovrastante hanno ceduto; contrasto di tenacità tra il materiale costituente l’architrave e quello costituente i capitelli: probabilmente il secondo, utilizzato per parti ornate, risulta essere più tenero del primo, che invece costituisce un elemento strutturale portante.
Le colonne in marmo cipollino sono interessate da un’accentuata scagliazione a cipolla, tipica di questo materiale; trattandosi di roccia metamorfica, potrebbe essere accentuata dal differente comportamento, ed in particolare dal differente coefficiente di dilatazione termica dei minerali che la compongono. Inoltre questo processo determina dei percorsi particolari che può compiere l’acqua tra una scaglia e l’altra, andando in questo modo a depositare soluzioni in essa contenute. Anche l’errata messa in opera delle colonne, senza tenere in considerazione le tracce di “stratificazione”, può determinare l’esfoliazione, dovuta al carico del materiale sovrastante.
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Facciata – Foto D. Paradiso |
Facciata angolo sud – Foto D. Paradiso |
Il colonnato poggia su un ampio basamento in peperino. A causa della diversa natura dei materiali, della diversa tessitura, della diversa risposta meccanica che il peperino (roccia vulcanica) offre ad un carico come quello delle colonne in marmo cipollino, il destino dell’intera struttura è quello di un lento, ma inevitabile cedimento.
Nella facciata l’architrave è doppia in quanto la parte superiore è stata aggiunta dopo la morte dell’imperatore Antonino Pio.
I due elementi sono stati collegati architettonicamente da una cornice sporgente verso l’esterno. Tutto è interessato da una patina scura posta sopra la superficie e all’interno delle lettere dell’iscrizione. Potrebbe trattarsi di crosta nera, in quanto, alcune piccole parti risultano essersi distaccate, fenomeno finale dell’azione deteriorante tipica di questa forma di degrado.
Qui sembra possibile che i capitelli abbiano subito un processo di restauro solo sul lato che offrono al pubblico, infatti, internamente sono ancora scuri e deteriorati. Uno di essi, inoltre, è stato ancorato alla struttura grazie a due anelli di ferro. Questi, però, una volta messi in opera, hanno comportato alcuni fenomeni: il ferro risponde in maniera diversa ai cambiamenti di temperatura, poiché ha un coefficiente di dilatazione differente rispetto al materiale con cui è direttamente a contatto, dilatandosi provoca degli stress tra il metallo e i minerali del calcare; inoltre, durante la stagione piovosa, gli ossidi di ferro entrano in soluzione nell’acqua piovana, e precipitando, vanno a formare quelle antiestetiche tracce di scolatura.
VI. Proposte di interventi per le croste nere
Per trattare il materiale in modo appropriato è necessario innanzitutto distinguere tra la patina del tempo, che gli dà l’aspetto caratteristico, e i depositi superficiali di polvere e sporco, derivanti da sostanze di origine naturale o da fontiinquinanti.
La patina del tempo è il risultato di lente trasformazioni che ha subito la superficie del manufatto a causa dell’esposizione prolungata agli agenti atmosferici. La patina del tempo va conservata durante gli interventi di pulitura, mentre le croste nere d’alterazione, contenenti prodotti di neo-formazione, formatisi sia per interazione del materiale costituente la pietra, sia per deposito dall’atmosfera, sia per migrazione da altre zone del manufatto, costituiscono fattori di instabilità per la conservazione della superficie della pietra e, come tali, devono essere rimossi per evitare ulteriori danni.
Se le croste nere sono di recente formazione sarà sufficiente un lavaggio accurato; se si tratta, invece, di depositi fortemente aderenti, che perciòpresentano una consistenza assimilabile a quella del cemento, sono asportabili o meccanicamente o con il metodo della sabbiatura a secco.
In particolare, nel Tempio di Antonino e Faustina, abbiamo rocce carbonatiche, per cui la crosta si forma per azione degli ossidi di zolfo (esistenti in aree inquinate), in presenza di umidità, che interagiscono con il carbonato di calcio della roccia trasformandola in gesso. Tale processo può proseguire a lungo in atmosfere inquinanti causando un ispessimento della crosta.
Questo intervento deve sempre essere seguito da un ulteriore processo di levigatura, in quanto esso porta ad una accentuazione della scabrosità del materiale, e lo rende più attaccabile dagli agenti atmosferici.
Il metodo della pulitura con sabbiatura a secco si basa sull’emissione di sabbie in pressione che, colpendo il manufatto, ne asporta la parte più superficiale, cioè i depositi polverulenti e le croste. Questo metodo è però poco controllabile in quanto esiste il rischio che, oltre alle croste e ai depositi, venga asportata anche una parte del materiale sano, con conseguente erosione del manufatto.
Per le strutture monumentali si preferisce il metodo della microsabbiatura. Si ottiene, in questo modo, un’azione erosiva molto ridotta perché si utilizzano granulometrie più sottili e polveri abrasive di durezza inferiore (si usano ossidi di alluminio al posto del quarzo). Per trattare i capitelli e le basi delle colonne si potrebbe ricorrere all’utilizzo di raggi laser. Questi vengono impiegati proprio per la rimozione delle croste nere su pietre bianche o comunque chiare. Per il travertino potrebbero essere utilizzati dei solventi di tipo non reattivo che riescono a selezionare le sostanze indipendentemente dall’abilità dell’operatore.
Per pulire le macchie di ruggine causate dall’utilizzo di lastre di ferro contenitive, si agisce in maniera del tutto diversa da come si agisce in presenza di croste nere, in quanto l’alterazione è intimamente connessa con i cristallini che costituiscono la materia. Per fare questo bisogna agire con un agente complessante, cioè una sostanza che reagisca con il pigmento che ha macchiato la materia e che dà luogo ad un prodotto stabile e solubile. Purtroppo, però, i reagenti, attualmente usati allo scopo, reagiscono più o meno con il substrato, soprattutto se questi è di tipo calcareo.
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