Se si passano in rassegna tutte le nuove specie mineralogiche che negli ultimi trent’anni, del passato millennio, sono andate ad aggiungersi a quelle già conosciute, si può senza dubbio affermare che questi sono stati per la mineralogia laziale anni di grande soddisfazione! Il Gruppo Mineralogico Romano, che annovera fra i propri iscritti la quasi totalità di quanti sono stati artefici di questa “storia”, si è offerto, con successo, come collante alle infinite energie che da sempre ruotano intorno al mondo della mineralogia. Molto si deve alla competenza e alla spiccata capacità d’osservazione di alcuni dilettanti ed al contributo sia quantitativo che qualitativo degli Istituti Universitari, attraverso l’opera di ricercatori, spesso anche appassionati mineralogisti, supportati nel loro lavoro da tecnologie sempre più avanzate e, soprattutto, disponibili ad una più ampia divulgazione dei risultati da loro ottenuti.
Attraverso pubblicazioni specializzate (tra cui lo stesso Notiziario del Gruppo Mineralogico Romano “Il Cercapietre”), conferenze o semplici scambi di informazioni, proposti anche presso la sede GMR nel Museo mineralogico del Collegio Nazareno, il mondo della mineralogia “ufficiale” ha cercato di dare il maggior numero di ragguagli agli appassionati edai collezionisti per permettere loro di distinguere una specie mineralogica dall’altra, dando rilievo, all’occorrenza, a quelle situazioni dove questa pratica diventa possibile solo dopo specifiche analisi di laboratorio.
Minerali con gli stessi caratteri esteriori, come abito cristallino, colore, trasparenza ecc., possono, infatti, avere formule chimiche leggermente diverse; ad esempio l’helvite – Mn42+Be3(SiO4)3S – contiene Mn, e forma due serie, con la rara danalite se questo elemento è sostituito dal Fe e con la rarissima genthelvite se sostituito dallo Zn.
Il termine isomorfo significa: “che ha la stessa forma”.
Cristalli, che a livello macroscopico sembrano appartenere alla stessa specie, a livello “microscopico” possono rivelare di essere tutt’altra cosa, se per microscopico si intende il livello sottostante la percezione visiva seppure amplificata da una lente o da un microscopio ottico stereoscopico.
Il filosofo greco Democrito che, insieme al suo maestro Leucippo, formulò l’ipotesi atomica, ben quattrocento anni prima della nascita di Cristo, ci ha lasciato un frammento molto eloquente:
“Secondo la convenzione c’è un dolce e un amaro, un caldo e un freddo, ancora secondo la convenzione c’è il colore. Ma in realtà ci sono soltanto gli atomi e il vuoto”. (1)
Un cristallo di forsterite (Mg2SiO4) e uno di fayalite (Fe2SiO4) secondo le convenzioni, che poi significa “a prima vista”, non sono distinguibili con certezza assoluta. Le proprietà macroscopiche ci mettono di fronte a straordinarie analogie nell’abito cristallino; entrambi i minerali si presentano come prismi tozzi a simmetria ortorombica; i cristalli del primo minerale sono di solito bianchi o giallini, quelli del secondo sono di colore bruno scuro. Ma le differenze cromatiche lasciano il tempo che trovano: le forsteriti di Gilgit, Pakistan, ad esempio, si presentano in magnifici cristalli verdi, centimetrici, trasparenti. Lo smaliziato ed esperto ricercatore si aiuta con le paragenesi, avendo al suo attivo una certa “praticaccia” e l’osservazione di numerosi campioni catalogati nei musei. Le forsteriti del Monte Somma sono gialline e per lo più associate a cristallini di spinello “pleonasto”, mentre quelle di Stracciacappe, nei Sabatini, si presentano biancastre, con lucentezza vitrea, con “pleonasto”,pirosseno e flogopite.
Tra le forsterite e la fayalite esiste una serie continua di minerali di composizione intermedia, miscele isomorfe in Fe e Mg in tutte le possibili proporzioni; solo un’analisi quantitativa può stabilire se il ferro prevale sul magnesio o viceversa. Fatti salvi i termini estremi, che pure esistono, per lo meno teoricamente, siamo sempre di fronte a cristalli misti o soluzioni solide. Stoppani e Curti (1982) ci confortano con l’affermazione, probabilmente sostenuta da dati analitici, che il gruppo dell’olivina è quasi sempre rappresentato, nell’ambito laziale, da forsterite ma dell’altro termine estremo, la fayalite, che possiamo definire come olivina di ferro, è stato effettuato qualche anno faun ritrovamento in un blocco lavico nella cava di lapillo di Gradoli (Fiori et al., 2001).
Siamo coscienti di averla fatta troppo lunga con l’esempio dell’olivina: ma è un caso canonico di isomorfismo e poi si tratta di minerali ben presenti nella nostra regione.
Nel gruppo del pirocloro la betafite, la calciobetafite e il pirocloro si differenziano per più o meno piccole variazioni delle percentuali degli stessi elementi presenti nella formula; a proposito di questiscrive E. Caprilli (2000): “bisogna ricordare che non è possibile identificare con certezza un membro del gruppo del pirocloro in base all’abito e al colore dei cristalli, ma è indispensabile un’analisi chimica e difrattometrica del campione”. Il lavoro fatto su campionatura di minerali, provenienti da diverse aree regionali, consente un’attribuzione soltanto grossolanamente statistica ad uno dei sottogruppi: betafite per i complessi vulcanici Vicano, Vulsino e Laziale; calciobetafite per quello Sabatino. Si scoprono poi però le eccezioni che incrementano i dubbi: un campione proveniente da M.te Tozzo, vicino Sacrofano e quindi nel complesso Sabatino è risultato essere pirocloro! (Caprilli, 2000).
Hellandite-(Ce), S. Giovanni in Tuscia, X 1mm. Coll. e foto E. Signoretti
Stesso discorso può essere fatto per l’akermanite che è il termine del magnesio della melilite e che forma miscele isomorfe pressoché continue con la gehelenite (termine alluminifero) e possiamo continuare con i granati, con i pirosseni e chi più ne ha più ne metta.
Per altri minerali, come la hellandite-(Ce), la mottanaite-(Ce), la ciprianiite, che si differenziano tra loro per piccole ma significative variazioni di qualche elemento (difficile tra l’altro da quantificare nelle analisi), quando tali variazioni non siano già presenti addirittura all’interno del medesimo cristallo, si rimanda agli articoli di G. Della Ventura sull’argomento, articoli che hanno scoperchiato il vaso di Pandora dell’indeterminismo classificatorio dei nostri amati cristallini(Della Ventura, 2002).
Allo stato attuale delle cose le comuni attrezzature permettono di indagare su superfici di un millesimo di millimetroe offrono al ricercatore la possibilità di mettere a fuoco tutte le particolarità dei nostri “piccoli cristalli” rilevabili in micron, ma è più che probabile che tutti i laboratori istituzionali, in un futuro prossimo potranno dotarsi di strumentazioni capaci di ridurre il campo di indagine fino ad un milionesimo di millimetro (nanometro).
Scopriremo che alcune delle nostre thoriti sono in realtà nuove specie mineralogiche? O che il 30 % delle titaniti di Vetralla si differenziano tanto, o poco, dalle altre, ma sono simili per il 10% a quelle di Sacrofano o ad una fra quelle analizzate nel Vulcano Laziale?
Il mineralogista che pone nella sua collezione un campione ritrovato sul terreno di ricerca, scambiato o acquistato, deve accontentarsi di scrivere sull’etichetta solo ciò di cui può essere certo: “hellandite” o minerale del “gruppo dell’hellandite”, “gruppo dell’olivina” ecc.
Dall’altra parte deve sussistere un codice deontologico per cui chi vende o scambia un minerale, non chiamerà “mottanaite” una hellandite che non sia stata analizzata e non solo per campionatura nello stesso proietto ma cristallo per cristallo! e pur ammessa questa pratica, cosa metterà nelle scatolette? le sezioni sottili usate per la microsonda?
Il livello di approfondimento scientifico e conoscitivo, per il mineralogista per passione non può che fermarsi qui e deve necessariamente fermarsi qui. In primo luogo perché ogni campione da collezione non può, come un quadro dipinto, essere accompagnato da un difrattogramma in funzione di “certificato di garanzia”.
Bisogna poi dire che l’oggetto “minerale” non è lo stesso oggetto per il mineralogista-ricercatore-collezionista e per lo studioso-professionista di scienze della terra. Nei due casi viene visto secondo prospettive metodologiche ed epistemiche diverse.
Mottanaite-(Ce), S. Giovanni in Tuscia, X 1mm. Coll. e foto E. Signoretti
Richiamiamo qui il criterio linguistico di “pertinenza”. Banalizzando si può dire che si percepiscono di un oggetto le caratteristiche, i connotati, le qualità che ci interessano. Un albero di acero viene percepito in modo diverso da un botanico e da un poeta ma anche da un costruttore di seggiole.
In ogni caso viene effettuata una specie di “mappatura” dell’oggetto minerale. e la “mappatura” non riproduce ovviamente la totalità delle caratteristiche dell’oggetto, ma seleziona, sfronda, simboleggia. Se così non fosse ci troveremmo nella paradossale situazione, descritta in un famoso racconto di J. Luis Borges, di quell’imperatore cinese, che, avendo ordinata l’esecuzione di una mappa della sua terra in scala 1:1, non seppe poi dove metterla e che farsene.
Andando al sodo: perché ci piace cercare e collezionare questi fiori della terra che sono i cristalli? Per la loro forma: non dimentichiamo che per Platone, nel dialogo Timeo, i cinque poliedri regolari sono scelti dal Demiurgo come modelli ideali matematici per plasmare il mondo, in virtù anche della loro bellezza; l’icosaedro, ad esempio, corrisponde all’acqua (2).
In secondo luogo per un motivo che non si discosta sostanzialmente dal precedente: perché la nostra mente è affascinata dalla simmetria, va alla ricerca di simmetrie ed è, per così dire, appagata, anche in questo caso esteticamente, nello scoprirle in natura, dai cristalli alle conchiglie ai fiori, quali segni dell’armonia dell’universo.
Il tutto è accompagnato da colori, lucentezza, trasparenza e quant’altro rende bello e godibile percettivamente il campione, a prescindere dal fatto che la percentuale di quel dato elemento chimico o la vicarianza nel reticolo cristallino sia questa o quell’altra.
Aggiungiamo che i minerali sono per il collezionista-ricercatore oggetti vivi in quanto impregnati divissuti quali fatiche, soddisfazioni, delusioni, ricordi, conoscenza di persone e di luoghi: riflettono, in definitiva, la nostra multicolore umanità.
Ogni campione è diverso dall’altro, per quanto “quasi uguale”, è un unicum, ha, per così dire, quell’ “aura” che, a detta di W. Benjamin, distingue l’opera d’arte originale dalle sue copie.
Questa è, secondo noi, la sostanza di “serciaroli” che ci accomuna.
Solo un criterio strettamente commerciale può mettere sullo stesso piano, campioni diversi deprivandoli dei loro connotati sensibili e riducendoli a puri valori di scambio.
Se poi abbiamo altri elementi tecnico-scientifici, di ulteriore specificazione descrittiva da annotare nei nostri cataloghi, ben vengano: ma non devono costituire un assillo. Il livello di conoscenza che abbiamo cercato di descrivere ci appaga; siamo mossi da un ideale sicuramente conoscitivo, ma non siamo scienziati.
Più si scrutaintimamente un cristallo e più le cose si complicano.
Ciprianiite, S. Giovanni in Tuscia, X 1mm. Coll. e foto E. Signoretti
Ciprianiite, mottanaite-(Ce), hellandite-(Ce) non sono distinguibili secondo un “a prima vista” di Democrito. Figuriamoci se cipossiamo accorgere che un cristallo zonato o torbido di hellandite contiene in verità anche un altro minerale, la britholite, all’interno del quale c’è della cheralite, o che un cristallo di allanite del Vicano presenta sulla sua superficie, apparentemente liscia, dei cubetti di uraninite-torianite. Qui siamo a livello micro-scale. Il SEM funziona a scansione e può “leggere” fino alla scala del micron. Più penetrante è l’occhio del TEM, microscopio a trasmissione, che può vedere, appunto, oggetti di grandezza dell’ordine dei nanometri. Si possono studiare le variazioni di composizione presenti addirittura in un singolo cristallo, le inclusioni, le zonature composizionali e così via; con questi mezzi si può osservare in un solo cristallo un vero e proprio “minestrone”, per usare una colorita espressione di G. Della Ventura (2004).
Già si sapeva che la tormalina può contenere circa 70 dei 92 elementi naturali.
Il gruppo della cancrinite comprende, ad oggi, almeno15 minerali, cui si aggiunge anche la wenkite, che sembra avere una struttura simile. Si può dire che ogni anno viene annunciata la scoperta di una nuova cancrinite (vedi la marinellite – Bonaccorsi et al., 2003). Sono i cosiddetti “minerali spazzatura” o romanescamente “secchi de monnezza”, dove ci si può trovare dentro di tutto.
Vogliamo ricorrere, ancora una volta, ad un filosofo greco antico, anche se siamo consapevoli di rischiare di essere lapidati dai nostri lettori (mai punizione sarebbe più appropriata, dato l’argomento).
Dice Anassagora di Clazomene (V sec. a.C.): “insieme erano tutte le cose, illimiti per quantità e piccolezza, perché anche il piccolo era illimite. E stando tutte insieme, nessuna era discernibile a causa della piccolezza...” (3).
“...Stando questo così bisogna supporre che nel tutto ci siano tutte le cose”(4).
Il livello della nostra cultura mineralogica ci appaga come conoscenza, curiosità intellettuale, comportamenti estetici ed esistenziali; lasciamo ad altri il loro mestiere. Godiamoci i nostri cristalli evitando dispute bizantine e il ricorso ad un linguaggio iniziatico.
Al termine di una intrigante e quasi disorientante conferenza di G. Della Ventura dal titolo “Dieci anni di micro-mineralogia laziale”, che ci ha dato una ulteriore spinta a scrivere questa riflessione sul collezionismo amatoriale, il docente ha proiettato la diapositiva di un classico cristallo di vesuvianite di Ariccia. E qui è arrivata “la mazzata finale”. Quel cristallo è ricco di boro, più del 4%. Ragion per cui la vesuvianite di Ariccia non è vesuvianite di Ariccia, ma wiluite, quindi della Siberia!
La sera, comunque, osservando a casa i miei campioni, cui sono molto affezionato perché mi ricordano, tra l’altro, la gioventù sognante e i primi passi nel meraviglioso mondo dei cristalli, ho continuato a percepirli come vesuvianite di Ariccia, anche approfittando del fatto che il fiume Wilui scorre ad alcune migliaia di chilometri di distanza dal Parco Chigi.
BIBLIOGRAFIA
(1) Democrito, B6 in “Gli Atomisti - Frammenti e testimonianze”, a cura di V. E. Alfieri, Bari, 1936.
(2) Platone, “Timeo”, XX-XXI, 53-56, in “Opere complete” a cura di G. Giannantoni, Bari, 1966.
(3) Anassagora, B1, in “Testimonianze e frammenti”, a cura di D. Lanza, Firenze, 1975.
(4) Anassagora, B4, ibidem
Bonaccorsi E., Orlandi P., (2003), Marinellite, a new feldspathoid of the cancrinite-sodalite group, Eur. Journ. Mineral., 15, pp. 1019-1027.
Caprilli E., (2000), I minerali del gruppo del pirocloro delle vulcaniti laziali, Il Cercapietre, Notiz. del G.M.R.,1-2 2000, pp. 29-43.
Della Ventura G., (2002), Ciprianiite, mottanaite-(Ce) e hellandite-(Ce): tre nuovi minerali scoperti nel Lazio e revisione sistematica del gruppo dell’hellandite, Il Cercapietre, Notiz. del G.M.R., n°1-2 2002, pp. 5-16.
Della Ventura G., (2004), Dieci anni di micro-mineralogia laziale, conferenza tenuta il 29/05/2004 presso il Museo Mineralogico del Collegio Nazareno RM, sede del G.M.R..
Fiori S., Signoretti E., (2001), La fayalite di Gradoli, Il Cercapietre, Notiz. del G.M.R., n°1-2 2001, pp.7-9
Stoppani F.S., Curti E., (1982), I minerali del Lazio, Editoriale Olimpia, FI, p. 198.