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LOCALITÀ MINORI DEL VULCANO VICANO:
VILLA S. GIOVANNI IN TUSCIA E MAZZOCCHI
di
Rossano Carlini,
Edgardo Signoretti
 

INTRODUZIONE

         Le “piste” segnate dai pionieri della mineralogia laziale, nell’area geomineralogica del Complesso Vulcanico Vicano, sono state fin qui percorse in lungo e in largo da tanti appassionati mineralogisti, laziali e non, che hanno raccolto, in questi ultimi decenni, quanto più c’era da raccogliere. Tutto quello che si è trovato e di cui si ha notizia, era lì, a disposizione di quanti volessero trovare, offerto, in bella vista sotto la luce del sole, dal lento, secolare lavoro dell’uomo (arature, accatastamenti di sassi ai bordi dei campi), o dall’espansione dei piccoli centri compresi in quell’area (scavi per fondamenta di case, sbancamenti per la realizzazione di strade ecc.).
         Già verso la metà degli anni 90, nelle zone “classiche” citate in bibliografia, quelle incluse tra i comuni di Capranica, Vetralla e S. Martino al Cimino, i vecchi “tagli”che mettevano in luce i livelli a proietto, visitati e rivisitati, erano ormai spogli di ogni sanidinite, così come gli accatastamenti ai bordi dei campi. In conseguenza si è venuta a delineare un’oggettiva situazione di difficoltà nel ritrovamento di buoni campioni, cosa che, probabilmente, ha contribuito a spegnere in alcuni l’antico entusiasmo per la ricerca, creando fra gli appassionati stimatori dei nostri minerali una piccola defezione, solo in parte compensata dalla crescita di “nuove leve”.
           Si potrebbe forse affermare che si è verificato fra i mineralogisti del Lazio una specie di “ricambio generazionale”, non sempre attribuibile all’età anagrafica, ma anche legato alle diverse interpretazioni della ricerca: i “vecchi mineralogisti” senza lentino 10x e coloro che alla necessità di questa pratica si sono adeguati.
        A noi che scriviamo piace pensare di rappresentare tutti gli aspetti sopra citati, soprattutto perché, nonostante che il nostro interesse alla mineralogia nasca in tempi diversi e lontani fra loro (1970-1990), ambedue ci troviamo da anni accomunati dal particolare, quasi morboso, attaccamento ad una ricerca sul territorio laziale e a tutti i minerali su di esso rinvenibili, estetici e non, centimetrici o submillimetrici, comuni o rari, oltre che dalle idee, non sempre simili ma facilmente avvicinabili, sul modo d’essere mineralogista, tesi verso ciò che dovrebbe essere considerato l’essenza di questa passione: l’associazionismo, la possibilità di avere un amico mosso dagli stessi interessi, più amici con i quali condividere le emozioni, gli entusiasmi, così come le perplessità. Ed infine il gruppo nel quale confrontarsi, tentando di dare alle cose che amiamo un valore d’insieme capace di trasformare l’esperienza di ciascuno in conoscenza collettiva.
        Certo, in ognuno di noi si annida la “cavernicola malizia” che anima il desiderio di fare in prima persona “il gran ritrovamento”, quella che ci spinge il più delle volte a raccontare le nostre esperienze a lavoro terminato, così come a descrivere i ritrovamenti e le località, dopo aver “lavorato” a lungo il terreno intorno, magari con gli abituali compagni di ricerca. Questo sta, in ogni modo, nell’ordine delle cose dove la concorrenzialità è uno degli elementi forti che caratterizzano le grandi passioni, come per il fungaiolo nel celare agli altri la parte del bosco più fruttifera, ma che poi tiene a mostrare il cesto bello e colmo, o per il cacciatore sempre vago sulla zona dei suoi appostamenti, ma che poi ritorna dalla caccia mettendo la selvaggina bene in vista.

        


Fig. 1: cartina della zona di ricerca

Alcuni anni fa, decidemmo, dopo aver visitato con scarsi risultati alcune località limitrofe alle frazioni di Botte e Cura di Vetralla, poste sulla Via Cassia, di setacciare “metro per metro” la zona tra Cura di Vetralla e Blera, percorrendo tutte le stradine che s’immettevano sulla S.P. Blerana, con particolare riferimento al comune di Villa S. Giovanni in Tuscia, ed i terreni ad esso adiacenti, dove questi fossero accessibili o praticabili, vale a dire privi di vistose recinzioni o di coltivazioni erbacee (Fig. 1).

MAZZOCCHIO

        Dalla S.P. 41 “Blerana” trecento metri dopo il bivio di Cura Di Vetralla, in direzione Blera, sulla nostra desta è visibile un cartello con indicazione “Mazzocchio”. Questa strada, la S.P. 95 “Mazzocchio” taglia il retroterra Vetrallese attraversando la piccola frazione di Mazzocchio fino a congiungersi, all’altezza della località “Madonna del Ponte”, con la diramazione SS.1 Aurelia bis che da Vetralla porta a Tarquinia attraverso Monte Romano.

        Nei campi e nei fossi vicini a Cura di Vetralla abbiamo rinvenuto alcune sanidiniti, per la maggior parte compatte e poco interessanti; però quest’infruttuosa ricerca ci ha permesso di capire che non era il caso di insistere, poiché era chiaro che più ci si allontanava dall’abitato e minore appariva la possibilità di rinvenire proietti “utili”. Decidemmo di proseguire seguendo la via asfaltata fermandoci solo ogni tanto per osservare gli scoli d’acqua piovana nelle discese e nelle cunette. Questo fare ci portò dall’altra parte della frazione di Mazzocchio in prossimità della località “Madonna del Ponte”, dove ai bordi di un campo trovammo un blocco lavico con analcime e nuove tracce di proietti sanidinitici.

La zona di ricerca



Fig. 2: Mazzocchio, zona di ricerca, “Castelluzzo”

       La zona di ricerca più interessante a Nord-Ovest di Vetralla è stata proprio quella che dalla Madonna del Ponte va verso il centro abitato di Mazzocchio, lungo il territorio della riserva faunistica venatoria “Castelluzzo”, ben individuabile per via di un grosso rudere (Fig. 2) in mezzo alla campagna.

      Non si può affermare, alla luce dei ritrovamenti di cui si ha conoscenza, che questa località sia molto ricca di proietti, ma alcuni blocchi rinvenuti si sono dimostrati veramente apprezzabili dal punto di vista mineralogico.

 

Villa S. Giovanni in Tuscia

      Villa S. Giovanni in Tuscia è un paesino che conta ca. 1200 abitanti, posto a 340 metri s.l.m. e lontano dalle principali vie di comunicazione.
      Da sempre il piccolo centro gravita nell'orbita di Blera, di cui è frazione sino al 1961 con il nome di S. Giovanni di Bieda (antico nome di Blera).
     
Il paese è raggiungibile seguendo la Via Cassia fin dove questa taglia in due l’abitato di Cura di Vetralla. Superato il passaggio a livello posto alla fine della frazione di Botte, dopo poche centinaia di metri bisogna girare a sinistra sulla S. P. 41 “Blerana” e seguire le indicazioni verso Blera. Oltrepassato il bosco della Madonna della Folgore dopo un chilometro si arriva al bivio che porta al luogo di ricerca.
      
Villa S. Giovanni in Tuscia si può raggiungere anche dalla SS.1 Aurelia, voltando a destra prima di Tarquinia sull’Aurelia Bis in direzione Monte Romano - Blera.

La zona di ricerca

      Il territorio di Villa San Giovanni in Tuscia confina con quello di Barbarano Romano, sede del Parco Regionale Suburbano Marturanum e con quello di Vetralla. Le indicazioni sull’esatta appartenenza, dal punto di vista amministrativo, all’uno o all’altro comune, per ciò che riguarda i luoghi di ricerca, a volte potrebbero non risultare esatte, giacché il comune di questo paesino si estende su poco più di 350 ettari, e i confini amministrativi possono dividere anche in più parti i più piccoli appezzamenti di terreno (la stessa via chiamata “scorciatoia” appartiene in verità al comune di Vetralla, i terreni sotto la strada al comune di Villa S. G. in Tuscia).

      Il paesaggio è quello tipico della Tuscia: a piccole alture tufacee d’origine vulcanica coltivate ad ulivo e vigneti si alternano brulle colline sedimentarie di calcari e marne, habitat ideale per le numerose mandrie di vacche maremmane e branchi di cavalli allo stato brado. Tali terreni, prettamente collinari, sono spesso terrazzati con muretti a secco, simili a tanti altri del distretto vulcanico Vicano, ma la maggior parte di questi muretti sono costruiti con brandelli di blocchi calcarei o lavici di scarso interesse mineralogico.



Fig. 3: Zona di ricerca “La scorciatoia”

      La zona più interessante per concentrazione di proietti “utili”, esclusivamente sanidinitici, è molto circoscritta, quasi interamente compresa fra la S.P. 147 “Troncone” che dalla S.P. 41 “Blerana” porta al paese e la stradina sconnessa (chiamata scorciatoia) che dalla Blerana taglia la campagna immettendosi sulla S.P. 147 dopo circa 500 metri (Fig. 3).

      Tra le due strade, in una superficie a forma triangolare con il lato minore di circa 300 metri, il terreno ha un dislivello di almeno 5-6 metri corretto in terrazze arginate da due muretti a secco, non visibili dalla strada principale. Dopo le arature, frammenti di blocchi sanidinitici si possono rinvenire ai bordi dei campi o poggiati ai piedi degli alberi d’ulivo (Fig. 4).



Fig. 4: Pietre accumulate al bordo di un terreno.

      Alcuni agricoltori, prima sospettosi, poi curiosi del nostro strano modo di comportarci, ci raccontarono che (memoria contadina),subito dopo la guerra, per rendere coltivabili i terreni, avevano sbriciolato grossi blocchi di pietra ponendoli in una buca con diverse bombe a mano lasciate dai tedeschi. L’esplosione aveva sparso per un centinaio di metri frammenti di roccia, poi recuperati man mano, tanto che ancora oggi sono messi alla luce dalle arature più profonde.

      Certo è che, sbriciolati dalle bombe o dagli agenti meteorici, molti brandelli di sanidiniti rinvenuti mostrano caratteristiche macroscopiche simili, come se appartenenti ad un unico blocco, e simili appaiono, talvolta, anche le mineralizzazioni all’interno d’ampi interstizi caratterizzati da una vistosa presenza di tormalina nera.

I PROIETTI

      I blocchi osservati in queste località sono essenzialmente di tipo sanidinitici, molto simili a quelli rinvenibili nelle altre zone dell’apparato Vulcanico Vicano, freschi alla rottura ed abbastanza coerenti; solo raramente sono stati osservati proietti friabili o profondamente alterati.   

  Nei proietti spesso appaiono ben evidenti i cristalli di sanidino il cui intreccio forma gli ampi interstizi che contengono le mineralizzazioni utili, sono questi i proietti in cui è possibile rinvenire campioni di ottime dimensioni (fatte le debite proporzioni). Il loro colore va da grigio chiaro (Fig. 5a) a grigio intenso (Fig 5b)



Fig. 5a: proietto sanidinitico


Fig. 5b: proietto sanidinitico.



Fig. 5c: proietto sanidinitico

ad ocraceo fino a rosso ruggine per l’alterazione dei minerali contenenti ferro (Fig. 5c).



Fig. 5d: proietto sanidinitico

 

 

 

 

 

 



 

Non sempre l’intreccio di grossi cristalli di sanidino forma interstizi altrettanto spaziosi (Fig. 5d).   



Fig. 5e: proietto sanidinitico

  
  In alcuni
casi l’intreccio dei cristalli di sanidino appare meno evidente e gli interstizi che si aprono sono sempre tanti ma sempre molto piccoli (Fig. 5e). Questi proietti vanno guardati con attenzione perché rare mineralizzazioni possono facilmente sfuggire ad una prima osservazione.



Fig. 5f: proietto sanidinitico

 

 

 

 


 

In rari casi, infine, l’intreccio dei cristalli di sanidino, eccezionalmente bianchi, è talmente serrato (Fig. 5f) tanto da indurre chiunque a gettare via il sasso dopo il primo colpo di martello. In questi proietti minutissimi cristallini (rutilo, tormalina) sono stati osservati sia inclusi nel sanidino stesso, sia all’interno di piccole geodine che raramente si formano.
     
  
 Frequenti sono i proietti lavici, anche se raramente ben mineralizzati, mentre i pochi proietti di tipo pirossenico o micaceo, fin qui rinvenuti dagli autori, contenevano principalmente cristalli malformati d’anortite.

I MINERALI

     Nei proietti sono stati osservati quasi tutti i minerali già segnalati, sulle numerose pubblicazioni presenti in letteratura (Stoppani et al., 1982; Maras, 1999; Mattias et al., 1996-7; Calvario et al., 1993, 1994; Della Ventura et al., 1986), nelle altre zone dell’apparato Vicano: afghanite, analcime, anatasio, andradite, anortite, apatite, axinite, baddeleyite, betafite, biotite, danburite, ematite, epidoto, fluorite, gadolinite, hellandite-(Ce), helvite, magnetite, nefelina, orneblenda, phillipsite, pirosseno, quarzo, rutilo, sodalite, stillwellite-(Ce), titanite, thorite, tormalina, vonsenite, zircone.

     Fra questi alcuni ci sono apparsi particolarmente significativi per questa località:

Anatasio: poco comune, generalmente in cristalli tetragonali bipiramidali brillanti di colore dal bruno al nero, forse fra i più belli visti nelle sanidiniti dell’area laziale, rari i cristalli tabulari e riuniti in gruppi.

Axinite:un solo campione di cristalli rosati disposti a rosetta (Fiori et al., 2001).

Danburite: poco comune; pregevoli sono i campioni rinvenuti in questa località. L’abito dei cristalli è sempre molto allungato, ialino e brillante con una caratteristica terminazione a scalpello (Fig. 6-7) che li rende simili ai cristalli di topazio del monte Arci. Disposti anche in gruppi di più individui si osservano in associazione con ciuffi di tormalina e pacchetti di mica biotite.

Fig. 6: danburite, V.S. Giovanni in T., cristalli di 1,3 mm, coll. e foto E. Signoretti

Fig. 7: danburite, V.S. Giovanni in T., cristallo mag. 1,5 mm, coll. e foto E. Signoretti.


Ematite
: rara, ma molto bella, in campioni neri lucenti dall'abito tabulare più o meno
tozzo ricco di faccette. I cristalli si dispongono a volte in graziosi aggregati a rosa come nei campioni dei più famosi “cugini alpini”(fatte le dovute proporzioni!).Generalmente si osserva da sola all’interno degli interstizi del sanidino, raramente, ma con pregevole effetto estetico, in associazione con rutilo, betafite e thorite.

Quarzo: poco comune, in cristalli prismatici pseudoesagonali incolori, giallini o rossastri per inclusioni o patine d’alterazione. Sono stati osservati cristalli biterminati in associazione con anatasio, rutilo, danburite ed epidoto.


Fig. 8: abito cristallografico del rutilo di V.S. Giovanni in T.; a-b prismi tetragonali del 1° e 2° ordine; c-d bipiramidi tetragonali del 1° e 2° ordine. Ridisegnato da Tealdi (1991)

Rutilo: molto raro, in eccezionali cristallini tetragonali bipiramidali allungati e ben definiti con le caratteristiche striature sulle facce del prisma (Fig. 8). I campioni osservati appaiono d’abito identico a quelli dello stesso minerale già identificato nell’area vicana ( Calvario et al., 1994). Il colore è rosso rubino per i cristalli più piccoli (Fig. 9)


Fig. 9: rutilo loc. “Castelluzzo”, cristallo 0,25 mm, coll. e foto S. Fiori.








fino a nero per quelli più corposi che mostrano lucentezza metallica (Fig. 10 e 11).
Non mancano i geminati multipli di contatto, compreso (in un solo caso) un “classico” geminato a ginocchio. In associazione, ed anche in epitassia, con ematite, quarzo, tormalina e sodalite.

 

 



Fig. 10: rutilo, V.S. Giovanni in T., cristallo 1,3 mm, coll. e foto E. Signoretti.


Fig. 11: rutilo, V.S. Giovanni in T., dim. gruppo 1,5 mm, coll. e foto E. Signoretti

Tormalina (minerale del gruppo): comune, molto interessante dal punto di vista collezionistico, si rinviene in questa località con discreta frequenza e molteplici aspetti. E’ stata osservata di colore nero con abito sia allungato che tozzo, ialina, brillante o traslucida, bruna e grigia in esili cristallini allungati, sotto forma di fitti aggregati cotonosi celesti o grigi, in aggregati di cristalli disposti a cespuglio e in cristalli verde bottiglia con le facce del prisma ricoperte da ciuffi d’altre tormaline con terminazione a pennello. (Fig. 12, 13, 14, 15).



Fig. 12: tormalina, V.S. Giovanni in T., dim. gruppo 1,5 mm, coll. E. Signoretti e foto R. Pucci.


Fig. 13: tormalina, V.S. Giovanni in T., dim. gruppo 0,5 mm, coll. E. Signoretti e foto N. Benvegnù.



Fig. 14: tormalina, V.S. Giovanni in T., dim. gruppo 1,2 mm, coll. e foto E. Signoretti.


Fig. 15: tormalina, V.S. Giovanni in T., dim. gruppo 0,8 mm, coll. e foto E. Signoretti

 
 




Bibliografia essenziale

Calvario F., Carloni L., Fiori S., Pucci R., (1993), Nuovi ritrovamenti mineralogici nel Lazio (1^), Il Cercapietre,Notiz. Del G.M.R., n.20, 31-33.

Calvario F., Carloni L., Fiori S., Pucci R., (1994), Nuovi ritrovamenti mineralogici nel Lazio (2^), Il Cercapietre,Notiz. Del G.M.R., n.21, 24-28.

Della Ventura G, Parodi G., Stoppani F.S., (1986), Minerali del Lazio 1^, Riv. Min. It., 4, 157-165.

Fiori S., Pucci R., Signoretti E., (2001), “Axinite” nell’apparato vulcanico Vicano, Il Cercapietre, Notiz. del G.M.R., n.1-2, 3-6.

Maras A., (1999), Censimento dei minerali del Lazio: I minerali di Vico, Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Dip. Sc. Della Terra, Roma

Mattias P., Della Ventura G., Lini M., Pucci R., Mottana A., (1996-7), I minerali presenti nelle cavità dei proietti dell’apparato vulcanico di Vico- Italia centrale, Studi Geol. Camerti, Un. Stud. Camer., Dip. Sc. Della Terra, XIV, 47-66.

Stoppani F.S., Curti E., (1982), I minerali del Lazio, Ed. Olimpia, Firenze.

Tealdi E., (1991), Vocabolario di geologia, Am. Min. Fio., Ass. Piem. M.P., Most. Min. T., G. Min. Var., G.Min.Crem., G.Min.Lomb., G. Min.Piac.

 
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