Associazione culturale senza fini di lucro fondata nel 1972 che riunisce appassionati di mineralogia e paleontologia per promuovere lo studio, la ricerca, la raccolta e lo scambio di minerali e di fossili.
      
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Museo Universitario di Scienze della Terra
Dipartimento di Scienze della Terra - Mineralogia
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LO ZOLFO DI TOR CALDARA - ANZIO di
      Massimo Lini,
      Pierpaolo Mattias,
      Giovanna Massacci
 

Lungo la litoranea Ostia – Anzio, circa 5 km a nord - ovest di Anzio, è situata la "Riserva Naturale di Tor Caldara" che si sviluppa secondo un quadrato di circa 800 m di lato, delimitato a NE dalla SS. Ostia - Anzio, a NO e SE da due stradine locali, mentre a SO si affaccia sul mare con una falesia di una decina di metri intagliata in terreni argillosi e sabbiosi.

In prossimità del mare si eleva una torre d’avvistamento -Tor Caldara- edificata nel 1564, sui ruderi di un'altra costruzione e perfino di una villa romana con pregevoli mosaici.

L’area si caratterizza per l’affioramento di una mineralizzazione solfifera che, in passato ha dato luogo ad importantissimi interessi estrattivi.

Fig. 1 - Gli spaccati in prossimità della "Torre delle Caldane", mostrano la successione dei terreni sedimentari marini di età plio-pleistocenica. Proprio a livello mare la mineralizzazione sembra essere maggiormente accentuata in presenza di forti emanazioni gassose.

I terreni più antichi affioranti, d’età pliocenica, sono costituiti, a livello del mare, da 2 - 3 m di un’arenaria grigio - giallastra con micro e macro fossili, con sovrastanti 4 - 5 m d’argille ed argille ben stratificate interessate, almeno per la parte superiore, dalla circolazione di acque mineralizzate. Al di sopra si hanno sabbie di origine fluvio–lacustre cementate, di colore giallastro con lenti e/o livelli limonitici in stratificazione incrociata ovvero, talora, fortemente decolorate ed imbiancate, come si può direttamente osservare con facilità (Fig.1).

Fra le quote 15 e 6 m sul livello del mare, si rinvengono diverse sorgenti di acqua solfurea ed emanazioni gassose soprattutto solfidriche.

Le acque tendono poi a riunirsi nelle depressioni naturali e negli avvallamenti prodotti dalle coltivazioni minerarie con alti spaccati che si estendono per oltre un centinaio di metri, raggiungenti persino la costa.

La coltivazione solfifera

L'attività estrattiva dello zolfo risale all'antichità se non addirittura alla preistoria ed era, sicuramente, in forte esercizio durante la Roma imperiale, quando, com’è ben noto, la costa anziate era frequentata da Nerone e dalla sua corte.

Alcune strutture murarie testimoniano come si procedesse, in epoca soprattutto "domizianea", alla fusione "in situ" della roccia mineralizzata con la produzione di "pani" di zolfo.

Sono state trovate grandi quantità di frammenti di olle e loro coperchi, di tegole, di cannelli, di piastre ecc., ceramiche tipiche per il trattamento del greggio solfifero e per la sua distillazione.

Una bolla del Papa Pio V° (1566 - 1572), autorizzava, a partire dall’aprile 1569, i Principi Colonna, che ne erano i proprietari, a sfruttare il giacimento fino al 1594, quando lo vendettero alla Camera Apostolica per 400.000 scudi che, a sua volta, l'affittò per circa 14 - 15.000 scudi (Mantero, 1995).

Gli affittuari, a loro volta, avevano la possibilità di subaffittare la miniera annualmente per circa 200 - 250 scudi.

C'è l’indicazione che lo zolfo estraibile era condizionato essenzialmente dalla disponibilità di legname dei dintorni. In aggiunta allo zolfo, veniva prodotto e venduto anche il “vetriolo” (denominazione arcaica del solfato di ferro), molto richiesto in viticoltura come disinfettante (Mantero, 1995).

Si hanno importanti testimonianze scritte (Mantero, 1995) dell’attualità della miniera datate 1664, 1672 e 1697 con i ricavi ottenuti dalla vendita dello zolfo.

In quel periodo, la coltivazione del minerale era fortemente attiva e produceva un guadagno di oltre 3.000 scudi-oro l'anno (Mantero, 1995). Una prima descrizione geologico–geografica è quella del sacerdote Filippo Bonanni nel 1709, riportante anche il metodo d’estrazione dello zolfo: "Ho osservato sulla spiaggia, a due miglia da Anzio una cava all'aperto nella quale gli scavatori estraevano vene gialle e cineree. Raccolte delle zolle, alcune delle quali ho trasportato nel Museo, essi le riponevano dentro vasi di terracotta che circondavano di calce e di mattoni, ed accendevano quindi sul fondo un grosso fuoco. In questo modo la sostanza liquefatta e depurata saliva nella parte alta dei vasi e, attraverso cannelli, veniva fatta colare come olio all'interno di recipienti lignei, dove lo zolfo a poco a poco, lontano dal fuoco, si solidificava".

In una "relazione geologica" con annessa mappa dell’area del gennaio del 1714, di Sebastiano Cipriani, si fanno delle considerazioni sulla giacitura dello zolfo (come "un grande arbore tutto ramoso") e si danno suggerimenti sui metodi migliori per la coltivazione e per lo smaltimento dell'acqua (Fig.2).

Fig. 2 - L'importanza della coltivazione dello zolfo, soprattutto nel '700, testimoniata da una relazione "geologico - mineraria" di Sebastiano Cipriani del 1714, ove sono riportate le condizioni generali della mineralizzazione (per cortesia del Dr. Francesco Mantero, Direttore della Riserva di Tor Caldara)

Di quel periodo poi ci sono le descrizioni di E.M.Borboni (in Mantero, 1995) con le indicazioni pure sulla metodologia di trattamento del minerale. Seguono gli scritti di Cermelli (1782) ove si riporta che "il zolfo, nativo di Roma è rare volte ben trasparente" ed infine il Brocchi (1817) ricorda il sito come "presso la Torre delle Caldane, nelle cave di zolfo".

Il declino dell'attività iniziò alla fine del '700 quando lo zolfo siciliano cominciò a raggiungere il mercato europeo.

Nel 1819 si ha ancora l'indicazione di una limitata coltivazione, mentre in una relazione sull'economia della zona del 1828, lo zolfo non è più citato (Mariani, 1997).

Del giacimento si sono occupati vom Rath (1866), Strüver nel 1875 - 76 e nel 1877 e il Demarchi (1882) che lo ha inserito nelle località "solfifere" indicandolo come "Nettuno".

L’ultima indicazione d’interesse estrattivo – minerario è quella della concessione di ricerca e di coltivazione, affidata al Sig. Navona nel giugno 1861 con termine nel 1863.

Il giacimento è stato accuratamente descritto e studiato da Camponeschi e Nolasco (1982), Mantero nel 1995 e da Mariani (1997) anche sulla base di numerosi documenti di archivio.

La solfatara è stata segnalata nelle carte corografiche di Mattei (1666-1671), di Cingolani (1692), di Ameti (1693) e molti altri.

I MINERALI

Nella solfatara si rinvengono zolfo, gesso, marcasite in cristalli anche ben formati. Sono presenti anche alunite, jarosite, melanterite, halotrichite generalmente in patine o efflorescenze di ciuffi millimetrici, per la cui identificazione è generalmente necessario ricorrere all’analisi diffrattometrica ai raggi X. Completano il panorama goethite e limonite in patine ed incrostazioni talora molto vistose.

L’esame diffrattometrico, inoltre, ha quasi costantemente evidenziato la presenza di quarzo, calcite, feldspato, biotite e più raramente pirosseno, minerali che fanno parte della composizione della sabbia fluvio-lacustre d’età plio-pleistocenica.

Fig. 3 – Lo zolfo può formare anche cristallini ben sviluppati ricchi di facce. Foto M. Lini.


Zolfo
– Lo zolfo si presenta molto spesso come incrostazioni, ricoprendo superfici e cavità anche d’ampia dimensione. Non è raro che in alcune geodine si trovino cristallini fino a diversi millimetri ben proporzionati, ricchi di facce. (Fig. 3).

Inoltre, in corrispondenza del lato a mare del giacimento, si deve segnalare una singolare presenza di zolfo: nelle locali arenarie basali, si rinvengono numerosi fossili, in genere Pecten, della dimensione fino a 6-8 cm ove il guscio carbonatico è stato completamente sostituito da zolfo.

Fig. 4 – L’arenaria di base mostra solitamente macrofossili del genere Pecten con il guscio del tutto sostituito dallo zolfo.










Questa singolare giacitura deve essere stata favorita anche dalla presenza della componente organica (Fig. 4).

 

Gesso – In cristalli che talora raggiungono 5-6 cm, ben formati, limpidi e spesso con la caratteristica geminazione a “ferro di lancia”(Fig. 5).

Fig. 5– I cristalli di gesso possono essere ben sviluppati raggiungendo anche 6-8 cm, spesso con la tipica geminazione a “ferro di lancia”. Foto M. Lini

 

I cristalli tendono ad affiorare in alcuni distinti settori della solfatara, mentre in altri sembrano essere del tutto assenti; si sono trovate anche delle sferule di qualche centimetro con struttura fibroso -raggiata.

Marcasite – Forma noduli, sferule e patine da qualche millimetro fino al centimetro, ove in questa condizione si evidenzia il caratteristico abito rombico talvolta con la tipica geminazione. Si hanno anche sottili filoncelli, poco definiti e con evidenti segni d’alterazione limonitica. Talvolta la marcasite con patine nerastre costituisce interamente delle sferule centimetriche con una disposizione fibroso-raggiata degli individui cristallini. Sono state osservate molto raramente anche patine di colore tendente al verdastro (Fig. 6).

Fig. 6 – La marcasite è presente in nuclei e sferule anche di diversi cm di diametro, spesso fortemente alterate.

 

 

  La genesi

L’ambiente di formazione dello zolfo e degli altri minerali è da inserire nelle tipiche manifestazioni di un ambiente esalativi-fumarolico-idrotermale, legate ad eventi post vulcanici.

Infatti, la mineralizzazione di Tor Caldara è direttamente relazionabile con le altre manifestazioni solfifere poste a sud di Roma, come quelle di Frattocchie-Marino, della Miniera della Zolforata, Quarto della Solforatella di Pomezia e dell’Acqua Solfa di Ardea disposte secondo un allineamento indicativamente nord-sud e rientranti nel settore sud-occidentale del Vulcano Laziale, da cui distano qualche decina di chilometri.

Si tratta di tipiche "solfatare" formatesi soprattutto su vulcaniti ovvero su altre litologie che sono state permeate dai fluidi mineralizzanti.

La genesi dello zolfo, che può avvenire in tempi molto rapidi, pertanto è vincolata alle seguenti reazioni chimiche:

2H2S  +    O2   2S  +  2H2O

oppure 

2H2S  +  SO2   3S  +  2H2O

Anche attualmente si hanno delle manifestazioni esalative con la presenza di numerosissime “bolle” di gas e con il forte e caratteristico odore di H2S. Le modeste sorgenti mostrano una limitata termalità (Camponeschi e Nolasco, 1982).



Bibliografia

BONANNI F., (1709) - Rerum naturalium historia … existentium in Museo Kircheriano edita jam P. Philippio Bonannium nunc vero nova methodo distribuita notis illustrata in tabulis reformata novisque observationibus locupletata a Johanne Antonio Battara Ariminensi. Pars Prima, Romae, 1773, fol. 108.

BROCCHI G.B.(1817) - Catalogo ragionato di una raccolta di rocce disposto con ordine geografico per servire alla geognosia dell'Italia Dall'Imperiale Regia Stamperia, Milano, pp. XL + 347.

CAMPONESCHI B., NOLASCO F., (1982) - Le Risorse Naturali della Regione Lazio. Roma e i Colli Albani (Vol.7). Pubblic.a cura della Regione Lazio, Tipolitografia Edigraf, Roma, pp. 547.

ERMELLI P.M., (1782) - Carte corografiche e memorie riguardanti le pietre, le miniere, e i fossili per servire alla Storia Naturale delle Provincie del Patrimonio, Sabina, Lazio, Marittima, Campagna e dell'Agro Romano. Per Vincenzo Flauto Regio Impressore, pp. XI + 48, Napoli (ristampate nel 2000- 2001, dall'Ed. A.Forni di Sala Bolognese)

DEMARCHI L., (1882) - I prodotti minerali della provincia di Roma. Ann. di Stat., ser.3a, vol.2, 130 - 246, Tip. Eredi Botta, Roma.

MANTERO F.M., (1995) - Lo zolfo. Dal volume: "Tor Caldara - Dalla Selva al Bosco - Un ambiente, la sua storia, i suoi abitanti", Libreria Editrice Viella, pp. 61 - 100, Roma.

MARIANI E., (1997) - Le Industrie dello Stato Pontificio. Atti del VII Convegno Nazionale di Storia e Fondamenti della Chimica. Mem. di Scienze Fisiche e Naturali, "Rendiconti dell'Acc. Naz. delle Scienze detta dei XL", serie V, vol.XXI, parte IIa, tomo II, 443 - 461, Roma.

RATH vom G., (1866) - Geognostich - mineralogische Fragmente aus Italien. Erster: II Theil. Das Albaner Gebirge. Zeit. der deutschen Gesellschaft, XVIII, Band, 510 - 561, Berlin.

STRÜVER J., (1877) - Die Mineralien Latiums. Zeit. für Krystall,. und Miner., 1, 225 - 256, Leipzig.

 
 
 

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