Associazione culturale senza fini di lucro fondata nel 1972 che riunisce appassionati di mineralogia e paleontologia per promuovere lo studio, la ricerca, la raccolta e lo scambio di minerali e di fossili.

Sede:
Museo Naturalistico Mineralogico del Collegio Nazareno
Largo del Nazareno, 25 - 00187 ROMA
Associazione riconosciuta ai sensi del D.P.R. n.361/2000  
 
 
 
Pubblicazioni

NUOVI RITROVAMENTI NELLE CAVE DI VALLERANO (ROMA)
di
Salvatore Fiori
Roberto Pucci
Mauro Papacci


| Introduzione

A distanza di due anni dall’articolo con cui Paolo Rossi e Edgardo Signoretti descrivevano ampiamente, su questa stessa rivista, i ritrovamenti mineralogici effettuati nelle cave di lava leucititica di Vallerano (Rossi e Signoretti, 2000), ci è sembrato opportuno prendere di nuovo in esame l’argomento per fare il punto della situazione.
Almeno una delle cave (la prima provenendo da Roma lungo la via Laurentina) infatti continua, tra la soddisfazione di noi tutti, ad offrire nuovi interessanti ritrovamenti, conseguenza di un sistema di ricerca fatto di uscite mirate e continue, attuate soprattutto da un gruppo di soci (Paolo Bosco, Fabrizio Gemma e Mauro Papacci) che con caparbia insistenza continuano a visitare questi luoghi.
In queste note illustreremo i ritrovamenti effettuati in tempi recenti sia delle specie completamente determinate, sia di quelle che ancora lasciano qualche dubbio sulla loro corretta identificazione.




| I ritrovamenti

Da alcuni mesi il fronte di scavo della cava di Vallerano propone blocchi di lava molto poveri di litoclasi mineralizzate, tanto da scoraggiare qualunque ricercatore. Nel termine qualunque non va in ogni modo inserito il gruppo di lavoro già citato, che anche in una situazione così disarmante, con sagacia veramente apprezzabile, è riuscito ad individuare nuovi minerali per questa cava: rame nativo, cuprite, afwillite e gesso.

Rame nativo
La presenza di rame nativo nelle lave del vulcano Laziale era già stata segnalata, ma considerata estremamente rara, a L’Osa (Stoppani e Curti, 1982) e a Vallerano (com. pers. Rossano Carlini), ma in questi ultimi mesi i ritrovamenti si sono ripetuti con straordinaria frequenza in venuzze poste all’interno di blocchi molto compatti. Attraverso un’attenta osservazione della superficie esterna della roccia Fabrizio Gemma, Mauro Papacci e Paolo Bosco, dopo essersi imbattuti (per primi) in questo minerale, hanno ristretto il numero dei massi da spaccare individuando le caratteristiche di quelli che risultavano più idonei ad una ricerca mirata del solo rame. In effetti, tale pratica ha dato buoni risultati, giacché i ritrovamenti si sono susseguiti per diverse volte in blocchi di lava derivanti da volate1 diverse, tanto che, seguendo le indicazioni degli amici che lo avevano preceduto in tale pratica, anche Edgardo Signoretti, alcune settimane dopo, riusciva a trovare campioni di rame. Il minerale, che si presentava in arborescenze, esili filamenti o addirittura in aggregati di minuscoli cristallini ottaedrici (fig 1 e 2), era osservabile quasi sempre in piccole litoclasi poggiato su una coltre d’esili cristallini cotonosi, fittamente intrecciati, verdi, rosati o bianchicci, ricoperti di patine verdastre. La stessa colorazione verdastra risultava diffusa nei blocchi che alla rottura liberavano abbondanti quantità d’acqua: i cristallini di rame, infatti, sfuggivano ad una prima osservazione al lentino 10x, per essere meglio visibili man mano che l’acqua andava asciugandosi. In altre parole le rocce erano del tipo al quale, in altri tempi, non essendo presenti mineralizzazioni apprezzabili di minerali comuni o comunque rari, tipici di questa cava, non si sarebbe concesso neanche un colpo di mazzetta.

Cuprite
Negli stessi blocchi dove è stato osservato il rame, seppure con frequenza molto minore, sono stati trovati fitti aggregati d’esili cristallini rosso-arancio dal prisma molto allungato (fig 3 e 4). Cristalli simili erano già stati trovati più di dieci anni fa, nella stessa cava, da Livio Carloni (com. personale), ma per la scarsità di materiale non si era potuto sottoporli ad analisi e ci si era accontentati di fotografarli per proporli, senza alcun successo, all’attenzione di altri ricercatori nella speranza di ulteriori ritrovamenti. Questa volta il materiale, pur non abbondante, era sufficiente per una prima indagine e da una analisi qualitativa al SEM è risultato essere ossido di rame. Questo dato, unito alle caratteristiche morfologiche dei cristalli dovrebbe essere sufficiente a definire il minerale come cuprite (Cu21+O), in quella che un tempo era definita varietà calcotrichite.

Afwillite e gesso
Paolo Bosco, verso il termine della scorsa primavera, rinveniva, in un blocco di lava, un nodulo metamorfosato dall’aspetto bianchiccio che conteneva alcuni cristallini dall’abito inconsueto e da lui mai osservato in questa località.
Il minerale si presentava in cristalli incolori e brillanti fino a due millimetri di spigolo, riuniti in gruppi fascicolati disposti in modo disordinato, ma strettamente associati fra di loro (fig 5). L’abito dei cristalli era allungato, con aspetto quasi tabulare e terminazione a scalpello. Le facce erano caratterizzate da evidenti striature verticali. Inoltre, il minerale appariva poggiato su una coltre di submillimetrici cristallini bianchissimi di aspetto fibroso associato ad altri micro cristalli prismatici esagonali con le facce del prisma percorse da striature (ettringite?).
Tutti questi elementi facevano tornare alla mente un ritrovamento simile, quando nella cava di Campomorto, vicino a Montalto di Castro era stata rinvenuta la rara afwillite.
Un successivo confronto dei cristallini rinvenuti con le foto della afwillite di Montalto di Castro (Passaglia e Turconi, 1982) appariva come ulteriore conferma alla prima ipotesi. Poche settimane dopo, nella stessa cava e sullo stesso fronte di scavo, un analogo ritrovamento veniva fatto da Mauro Papacci. Anche questa volta il minerale era all’interno di un nodulo metamorfosato; i cristalli erano più piccoli ma più brillanti, eccezionalmente trasparenti e ben definiti (fig 6 e 7) in associazione con cristalli di gesso egualmente belli ed eleganti che per le loro caratteristiche potevano essere immediatamente identificati (fig 8).
Nella consapevolezza che una semplice rassomiglianza, pur tenendo conto dell’abito particolare dell’afwillite e della giacitura, non possa fornire la garanzia di una corretta attribuzione, il minerale trovato a Vallerano è stato successivamente sottoposto ad appropriate analisi di laboratorio.
L’identificazione del minerale, monoclino con formula Ca3Si2O4(OH)6, è stata effettuata mediante diffrattogramma delle polveri su diffrattometro Seifert MZ4, con radiazioni Cu, Kα, a 40kV e 20 mA, filtro Ni,
intervallo 2Θ = 5°- 60°, passo scansione 0,02°). I dati ottenuti sono stati raffinati con un adattamento per PC del programma di Appleman ed Evans (1973), basato sul metodo dei minimi quadrati e i valori dei parametri di cella ottenuti per l’afwillite sono:



confrontabili con quelli della scheda PDF (Powder Diffraction File) 29-0330 che sono:



Nella fig. 9 sono evidenziati i riflessi più significativi nel diffrattogramma delle polveri.

Figura 9. Diffrattogramma a raggi-X su polveri della afwillite di Vallerano. Sono riportati di dhkl dei picchi più significativi.



Granato andradite
Nell’articolo cui facciamo riferimento, parlando di noduli termometamorfosati, gli autori asserivano di aver osservato tali noduli con diametro variabile da pochi mm a qualche decimetro, ma già nel febbraio dell’anno successivo tale affermazione doveva essere rivista, poiché a ridosso del fronte di scavo posto lungo il confine Ovest della prima cava, gli stessi autori avevano osservato un grosso blocco metamorfosato che superava abbondantemente tali dimensioni.
Nel dicembre del 2001, sempre da parte di Signoretti, venivano notati, fra i massi franati ai piedi del fronte di scavo, dopo il brillamento delle cariche esplosive, diversi blocchi di roccia di un colore insolitamente verdastro, che si evidenziavano nettamente rispetto al grigio del resto della frana.
Tali blocchi, le cui caratteristiche macroscopiche li indicavano come parte di un corpo unico palesemente diverso dal resto della leucitite e probabilmente di origine metamorfica, avevano la forma di grossi lastroni duri e compatti attaccabili con la mazzetta solo assecondando le superfici di pseudo scistosità; in questo modo era possibile staccare fette di roccia da sottoporre all’esame del lentino 10x.
I campioni di roccia apparivano molto porosi, tanto da essere completamente imbibiti dall’acqua dell’abbondante pioggia della notte precedente. A tratti la pasta di fondo, molto compatta, era percorsa da piccole cavità, con l’aspetto di druse, geodine e bollosità apparentemente vuote o confusamente mineralizzate, dove si evidenziava solo qualche cristallino ialino e brillante di nefelina semi immerso nell’acqua; su uno di questi si osservava però un submillimetrico cristallino rombododecaedrico nero e brillante. L’abito del cristallino non dava adito a dubbi: si trattava di granato, probabilmente andradite.
Raccolto un pezzo per ogni lastrone sparso ai piedi della frana per avere la conferma che si trattasse della frammentazione di un unico blocco, i campioni, asciutti, venivano sottoposti ad una più attenta visione al microscopio. I cristalli di andradite si potevano osservare anche con abito icositedraedrico e non solo nelle geodine, ma anche immersi nella pasta di fondo o come unica mineralizzazione di piccolissime bollosità. Il colore dei granati era nero-bruno, bruno-chiaro per gli individui più piccoli. La nefelina, incolore e brillante o biancastra ed opaca, si osservava con il prisma talvolta schiacciato, talvolta allungatissimo. I minerali che si accompagnavano a nefelina e granato erano: leucite in individui ialini ma parzialmente arrotondati lungo gli spigoli delle faccette, calcite non degna di particolare attenzione, e un minerale (fig 10) con l’aspetto di submillimetrici agglomerati globulari spesso schiacciati, a volte ialini a volte lattiginosi, che però si ponevano in bell’evidenza nelle geodine, infilzati o poggiati su allungatissimi cristalli di nefelina. Agglomerati molto simili, trovati nella stessa cava qualche anno fa, furono analizzati presso il Dipartimento di Scienze della Terra della Università di Roma La Sapienza e risultarono essere thomsonite: probabilmente si tratta dello stesso minerale.

1. Volata: termine usato per definire l’effetto del brillamento delle cariche esplosive poste sul fronte lavico.

Fig. 1. Rame nativo
Fig. 1. Rame nativo, cristallini cubo ottaedrici ed aggregati arborescenti, dim. del gruppo 1,2 mm, coll. e foto E. Signorelli.

Fig. 2. Rame nativo
Fig. 2. Rame nativo, filamento ed arborescenze, dim. dell'insieme 1,8 mm, coll. e foto E. Signorelli.

Fig, 3. Cuprite
Fig, 3. Cuprite, aggregato di cristallini bacillari, dim. deH'insieme 1,4 mm, coll. M. Papacci, foto E. Signorelli.

Fig. 4. Cuprite
Fig. 4. Cuprite, aggregato di cristallini bacillari, dim. dell'insieme 1,4 mm, coll. M. Papacci, foto E. Signoretti.

Fig. 5. Afwillite
Fig. 5. Afwillite, fitti aggregati di cristallini, i maggiori di 2 mm.
Coll. P. Bosco.
Foto E. Signoretti.


Fig. 7. Afwillite
Fig. 7. Afwillite, fitti aggregati di cristallini ialini, i maggiori di 0,2 mm, coll. P. Bosco, foto E. Signoretti.

Fig. 6. Afwillite
Fig. 6. Afwillite, fitti aggregati di cristallini ialini, i maggiori di 0,2 mm, coll. M. Papacci, foto E. Signoretti.

Fig. 10 .Thomsonite
Fig. 10 .Thomsonite, aggregato globulare impiantato su di un esile cristallo di nefelina, dim. del globulo 0,2 mm, coll. e foto E. Signoretti.

Fig. 8. Gesso
Fig. 8. Gesso, associazione di cristalli ialini 3 mm, coll. M. Papacci, foto E. Signoretti.




| Precisazioni

Sempre in merito all’articolo di Rossi e Signoretti (2000), dai colloqui avuti con uno dei proprietari della cava, la CO.BI.LA., posta al km 9 della Via Laurentina, che peraltro si è dimostrato di una cortesia e di una disponibilità veramente rare, sono emerse alcune cose che vale la pena di puntualizzare:

-la prima precisazione riguarda quanto detto sul fronte di scavo della suddetta cava, che non ha raggiunto i limiti di sfruttamento, come asserito dagli autori, anzi si prospetta molto operativa negli anni a venire (al contrario della Co.val.ca .s.r.l. destinata ad una più rapida estinzione);

-la seconda precisazione riguarda il sistema tecnico di brillamento delle cariche esplosive, che non avviene in modo simultaneo, come asserito nell’articolo, ma in rapida successione.




| Ringraziamenti

Gli autori ringraziano la proprietà della cava CO.BI.LA. per la disponibilità dimostrata e per le informazioni fornite; il Dipartimento di Scienze della Terra della Università di Roma La Sapienza per le analisi sui campioni di minerali e non ultimi i ricercatori che hanno fornito materiali ed informazioni per la stesura delle presenti note.




BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

APPLEMAN D.E., EVANS H.T. Jr (1973), Job 9214: Indexing and least squares refiniment of powder diffraction data. U.S. Department of Commerce, NTIS Document. PB 216181.
PASSAGLIA E., TURIONI B. (1982), Silicati ed altri minerali di Montalto di Castro (Viterbo), R.M.I., 4/1982, pp. 97-108.
ROSSI P., SIGNORETTI E. (2000), I minerali delle cave di "Vallerano" (Roma), Il Cercapietre notiziario del G.M.R., 1-2/2000, pp. 4-22.
STOPPANI F.S., CURTI E. (1982), I minerali del Lazio, Ed Olimpia, Firenze 1982, pp. 291.

 
 
 


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