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Pubblicazioni

CIPRIANIITE, MOTTANAITE-(Ce) E HELLANDITE-(Ce):
tre nuovi minerali scoperti nel Lazio e revisione sistematica del gruppo dell'hellandite.

di
Giancarlo Della Ventura



| Introduzione e storia dell'hellandite nel Lazio

A pag. 183 dell'ormai vecchia ma tuttora insuperata "bibbia" del mineralogista laziale, il mitico libro "I minerali del Lazio" di Stoppani e Curti (1982), viene descritta, nei proietti della zona di Campagnano (M.te Cavalluccio - M.te Tozzo), la specie allanite, di cui viene anche fornita una bella foto.

Francesco S. Stoppani ed Ezio Curti non potevano sapere, allora, che la supposta allanite era un minerale nuovo estremamente più raro e complesso, un membro del gruppo dell'hellandite, completamente caratterizzato solo di recente. Ecco, la storia dell'hellandite nel Lazio, cominciò così, in sordina. Alcuni anni più tardi, nel 1984, insieme a Gian Carlo Parodi, allora giovane ed appassionato ricercatore di minerali laziali e Adriana Maras, allora conservatrice del Museo di Mineralogia della Sapienza, cominciammo a studiare più da vicino l'allanite di Sacrofano, per nulla convinti della sua natura. Con l'aiuto di Francesco Stoppani, che ci mise a disposizione un gran numero di frammenti di "sanidiniti" contenenti nelle classiche buchette altri cristalli di "allanite", selezionammo alcuni campioni, e per mezzo di una camera di Gandolfi ottenemmo finalmente la prima pellicola ai raggi X, che ci permise di identificare il minerale come hellandite, un rarissimo borosilicato, quindi specie nuova per il Lazio. I risultati preliminari di questo studio vennero presentati al Congresso della SIMP di Roma (Della Ventura et al., 1986). Le analisi chimiche ottenute alla microsonda elettronica, seppur incomplete per quanto riguardava gli elementi leggeri (B, Be e H), rivelarono una composizione decisamente diversa da quella nota per le hellanditi conosciute fino a quel momento; l'hellandite era considerata infatti un minerale essenzialmente di Y, mentre il minerale laziale non aveva Y ma conteneva tenori significativi di Th, U e REE. Pertanto pensammo di continuare gli studi e di proporre alla Commissione IMA un nuovo minerale, con l'idea di chiamarlo "thorio-hellandite". A tal fine inviammo un cristallino alla Dott. R. Oberti del centro di Cristallografia e Cristallochimica di Pavia, che effettuò una raccolta di dati al cristallo singolo, ed un raffinamento della struttura. I dati strutturali mostrarono alcune discrepanze con quelli noti in letteratura (Mellini e Merlino, 1977) e alcuni problemi furono subito apparenti in particolare riguardo al reale contenuto in H2O e B del minerale. Giova qui ricordare che H e B sono due elementi leggeri difficilmente dosabili in piccole quantità di materiale, non essendo analizzabili con una normale microsonda elettronica. Oggi l'evoluzione delle tecniche analitiche ha reso il compito molto più facile, con l'introduzione di nuove strumentazioni come la SIMS (secondary-ion mass spectrometry), ma non stupisce che 15-20 anni fa le cose non fossero molto semplici. Per questo motivo ed anche a causa dei molti impegni universitari e, perché non dirlo, anche di una notevole dose di pigrizia, gli studi furono sostanzialmente abbandonati e “l’affaire” hellandite finì nel dimenticatoio, insieme a molti altri. Pochi anni dopo, nel 1987, Ezio Bernabè osservò un minerale strano in alcuni frammenti di una sienite di Tre Croci, Vetralla, e inviò un campione al Dr. S. White del Museo Smithsonian a Washington, che identificò il minerale come tadzhikite. La notizia di tale ritrovamento fu pubblicata dallo stesso Bernabè sul Notiziario di Mineralogia e Paleontologia (Bernabè, 1987). Successivamente Bernabè prese contatto con il Prof. C. Cipriani di Firenze al quale inviò un secondo campione sul quale la Dott. Paola Bonazzi, collaboratrice del Prof. Cipriani, effettuò degli studi più approfonditi. Questo cristallo risultò particolarmente ricco in Th, più del campione di Sacrofano, tanto da risultare una nuova specie, poi chiamata ciprianiite, come verrà detto più avanti.

Il ritrovamento in questi ultimi anni di un gran numero di campioni di hellandite in varie località laziali, ed in particolar modo nell’area vicana (E. Caprilli, 1998; P. Rossi, 1997) ha riaperto l’interesse per questa rara specie per cui, in stretta collaborazione con i colleghi del gruppo di Pavia (R. Oberti, L. Ottolini e F. Cámara), sono state effettuate nuove ed approfondite ricerche che hanno portato, nel giro di due anni, alla ridefinizione critica del gruppo dell’hellandite e alla descrizione di tre nuove specie: la hellandite-(Ce), la ciprianiite e la mottanaiite-(Ce). Gli ultimi due minerali sono stati dedicati a due insigni cattedratici in riconoscimento del loro impegno per la sistematica e lo studio dei minerali: il Prof. Curzio Cipriani, Direttore del Museo di Storia Naturale di Firenze, e il Prof. Annibale Mottana, attualmente all’Università di Roma Tre, ma Direttore del Museo di Mineralogia della Sapienza negli anni 1980, periodo durante il quale stimolò molto l’interesse per la mineralogia sistematica laziale.
Qui di seguito vengono descritti, in forma accessibile all’amatore, ma con rigore comunque scientifico, i risultati principali sulla sistematica del gruppo dell’hellandite, e viene data una breve descrizione delle tre nuove specie definite nel Lazio.





| Il gruppo dell'hellandite

L'hellandite è un raro borosilicato che si ritrova tipicamente in rocce granitiche o in pegmatititi. Fu rinvenuto per la prima volta a Kragero, in Norvegia, da Broegger (1903, 1907, 1922). L'autore defini la sua simmetria monoclina e fornì le prime analisi chimiche incomplete. Anni dopo, un altro autore, Oftedal (1964, 1965) propose una formula chimica per il minerale e ne diede il primo diffrattogramma ai raggi X. La struttura dell'hellandite fu determinata su un campione trovato nel granito di Predazzo da Mellini e Merlino (1977), e descritta come catene infinite parallele all'asse cristallografico c costituite da tetraedri centrati da B e Si, di formula B4Si4O22, legate a formare un reticolo tridimensionale attraverso ottaedri denominati M1 e centrati da Fe3+, Al e Ti (Fig. 1a). Tale arrangiamento strutturale determinava delle voluminose cavità lungo c occupate da cationi di grande dimensione come Ca, Y e terre rare (REE). Mellini e Merlino non avevano la possibilita di analizzare direttamente H e B, per i motivi esposti sopra, per cui il contenuto di questi elementi venne ricavato in modo indiretto a partire dai dati diffrattometrici e sulla base dei bilanci di cariche. La formula proposta da questi autori era estremamente complessa:

M2,3,4[Ca5,5REE5,01,5]2M1(Al1,1Fe3+0,9)
(OH)4[Si8B8O40(OH)4].

Notare che i simboli in apice fuori parentesi indicano i vari poliedri (denominati M1, M2, M3 etc.), mentre il quadratino () indica un sito strutturale vacante. Un problema in questa formula era rappresentato dal contenuto in H2O, dal momento che tutte le analisi chimiche disponibili su hellanditi (Kragerö: Oftedal, 1965; Wakefield Lake: Hogarth et al, 1972 e Predazzo) davano risultati diversi. Nel 1970 Yefimov e collaboratori avevano descritto una nuova specie, la tadzhikite, un minerale anidro con diffrattogramma di raggi X molto simile alla hellandite. Nel loro lavoro strutturale, Mellini e Merlino (1977) dimostrano che tale minerale era in realtà isostrutturale con l'hellandite e non una specie distinta. A tale conclusione arrivarono anche Hawthorne et al. (1998) studiando un cristallo di tadzhikite parzialmente metamittico proveniente dalla località tipo di Yefimov et al. (1970) e fornirono una formula ancora diversa da quella proposta precedentemente.
Da questi dati, seppur esposti in modo sommario, emerge la difficoltà dello studio di questi minerali a struttura e composizione chimica complessa e molto variabile, soprattutto per quanto riguarda gli elementi pesanti (Th, U, REE) e leggeri (H, B). I problemi principali erano tre:

(I) quale era la corretta formula del minerale?

(II) quale era il suo reale contenuto in acqua?

(III) quali erano i rapporti tra hellandite e tadzhikite?

La risposta a tutte queste domande è stata fornita dallo studio dei minerali del Lazio trovati in questi anni e da una revisione critica di tutti i dati precedentemente pubblicati, ad opera di Oberti et al. (1999, 2002). In particolare, i campioni studiati provengono da Capranica, Tre Croci, Vetralla e M.te Cavalluccio, e sono stati messi a disposizione da vari amici collezionisti (spero di non dimenticare nessuno), tra cui F. Bellatreccia, E. Bernabè, E. Caprilli, S. Fiori, P. Rossi e F.S. Stoppani.

Tutti questi campioni sono stati studiati attraverso raffinamento strutturale, microsonda elettronica, SIMS e spettroscopia IR (per l'analisi dell'acqua). I cristalli si presentano in genere della dimensione di qualche decina fino a svariate centinaia di micrometri, ben sviluppati con abito monoclino tabulare e colore giallognolo-marroncino (Figure 2 e 3), all'interno delle ben note buchette dei proietti sienitici. L'hellandite è tipicamente associata con altri minerali secondari rari ed interessanti come la britholite, lo zircone, il pirocloro, la stillwellite, la titanite, la vicanite-(Ce) etc. Da notare che l'hellandite e stata rinvenuta e studiata anche all'interno della roccia, tipicamente concresciuta con britholite (Della Ventura et al, 1999).
In sintesi, i risultati ottenuti da Oberti et al. (1999, 2002) mostrano che la corretta formula cristallochimica dei minerali del gruppo dell'hellandite è:

M3,4(Ca, Na, REE)4 M2(Ca,Th,U, REE)2 M1(Al,Mn3+,Fe3+,Ti4+)
T(Be,Li,)2xSi4B4 O22O5(O,F,OHx)2,

schematizzabile come

X4 Y2 Z T2 [B4 Si4 O22] W2.

Vediamo quali sono le novita rispetto agli studi precedenti:

(1) oltre alle catene di tetraedri Si4B4O22 definite da Mellini e Merlino (1977) l'hellandite contiene anche tetraedri addizionali (siti denominati T) centrati da Be e Li, che possono anche essere vuoti, che legano tra loro le catene Si4B4O22 . Quando tali tetraedri sono vuoti la struttura è quella descritta da Mellini e Merlino (1977); quando sono pieni (come in tutti i casi finora noti) il minerale diventa una specie di fillosilicato (Fig 1b), nel senso che lo strato tetraedrico diventa uno strato continuo.

(2) la quantità di acqua è legata alla quantita di Be, Li e F, e può variare da 2 a 0 atomi per formula unitaria, per cui il minerale può essere totalmente anidro, totalmente idrato (nel cui caso il sito a Be e/o Li è vuoto), o parzialmente idrato.

(3) I poliedri di grande dimensione, contenenti Ca, attinidi e REE sono distinti in due tipi diversi, chiamati M2 ed M(3, 4). Gli elementi pesanti a raggio ionico più piccolo, cioe Y, terre rare pesanti, Th e U entrano solo in M2, mentre le REE leggere entrano in M4; il Ca entra in tutti i poliedri. Questa distinzione è fondamentale per la sistematica del gruppo dell'hellandite. Infatti, secondo le norme internazionali per i minerali di REE (Levinson, 1966; Bayliss e Levinson, 1988), le varie specie sono diversificate da un suffisso che identifica la terra rara dominante in un sito strutturale (per esempio gadolinite-Y; monazite-Ce etc. ...), e nel caso dell'hellandite definita come sopra si rendono necessari, in alcuni casi, due suffissi, uno per il sito M2 ed un secondo per i siti M(3,4).

TABELLA 1. Termini estremi possibili per il gruppo dell’ hellandite (modificata da Oberti et al. (2002).



Nota: R3+ = (Y3+ + REE3+); R4+ = (Th + U); Al = (Al3+ + Mn3+ + Fe3+); OH = (OH- + F-)

TABELLA 2. I termini estremi del gruppo dell’hellandite finora ritrovati (modificata da Oberti et al. (2002).

Le permutazioni cationiche possibili nei vari siti strutturali sono mostrate in Tabella 1, mentre in Tabella 2 sono mostrate le composizioni finora ritrovate. Come si vede dalla Tabella 1, le hellanditi costituiscono un sistema molto complesso; ogni campione può essere (e di fatto è) una soluzione solida di più termini estremi (mostrati in Tab. 1) e la sua composizione chimica può essere molto variabile. Il nome della specie può essere pertanto definito solo attraverso una completa caratterizzazione chimica e strutturale del campione.

Ad esempio, la Tabella 1 mostra che la mottanaite ideale (7) ha il sito T completamente occupato da Be, per cui è anidra (OH = 0), ed ha un sito M1 completamente occupato da Al, mentre i poliedri M2, M3 ed M4 sono occupati da Ca e REE. La ciprianiite ideale (3) ha invece il sito T totalmente vuoto per cui è totalmente idrata (OH = 2), ha il sito M1 occupato da Al, il sito M2 da Ca ed i siti M3 ed M4 occupati da una combinazione di REE e (Th+U). In realtà, come vedremo tra poco, le analisi chimiche dei cristalli che si ritrovano in natura hanno composizioni molto più complesse che risultano la somma di più termini estremi. Il nome finale della specie sarà quello del termine estremo dominante; attraverso un suffisso aggiuntivo si esprime poi il contenuto maggiore in elemento pesante (terra rara o attinide).


Figura 1a - a
Fig. 1a-a: Struttura dell'hellandite vista lungo l'asse cristallografico b.

Figura 1a - b
Fig. 1a - b: Struttura dell'hellandite vista lungo l'asse cristallografico c, da Oberti et al. (1990). Il sito T è localmente vacante e la struttura è localmente quella descritta da Mellini e Merlino (1977).

Fig. 1b
Fig. 1b: struttura dell'hellandite vista lungo l'asse b, in cui il sito T (più scuro) è occupato da Be e/o Li. Notare lo strato continuo, tipo fillosilicato. Da Oberti et al. (1999).

Fig. 2 Hellandite
Fig. 2: Hellandite, Capranica (VT), gruppo di cristalli 2mm, coll. e foto S. Fiori.

Fig. 3: Hellandite
Fig. 3: Hellandite, M.te Cavalluccio (Campagnano - RM), cristallo di 0,4mm, coll. e foto S. Fiori.




| La hellandite-(Ce)

L'hellandite-(Ce) è stata trovata da Enrico Caprilli a Capranica, Viterbo e descritta in Della Ventura et al. (1999) e Oberti et al. (1999). Il minerale era contenuto in un proietto sienitico raccolto all’interno dell’ignimbrite "C" come definita da Locardi (1965). La roccia studiata, piuttosto massiva, è composta da K-feldspato, plagioclasio, biotite e clinopirosseno, con titanite e ossidi di Fe-Ti-Mn come accessori. L’hellandite si ritrova sotto forma di cristalli euedrali marroncini trasparenti, fino a 0,4 mm, nelle cavità del proietto, associata con vonsenite, helvite, baddeleyite, vicanite-(Ce) e britholite. Uno studio dettagliato effettuato al microscopio elettronico (SEM-EDAX) da Della Ventura et al. (1999) mostra che l’hellandite si trova anche all’interno della roccia associata sistematicamente alla britholite (Fig. 4). Un punto interessante, dal punto di vista geochimico, è che l’hellandite con molta probabilità deriva dalla britholite per aggiunta successiva di B nel sistema geologico. Dopo un lavoro da certosino al microscopio binoculare, reso possibile solo dalla caparbietà di Enrico Caprilli, un cristallo singolo, trasparente e pulito di hellandite è stato estratto dalle buchette del proietto e studiato utilizzando una gran varietà di metodologie. La formula chimica di questo cristallo è riportata in Tabella 3. Come si può osservare, l’hellandite di Capranica ha il sito T con Be < 1,0, preponderanza di Al in M1 e di Ca in M(3,4), ma il sito M2 mostra un contenuto in REE (tra cui predomina il Ce) > Ca, per cui, secondo quanto detto precedentemente e quanto mostrato in Tabella 1 il minerale deve essere classificato come hellandite-(Ce). Da notare che tutti i cristalli finora trovati nei proietti dell’apparato vicano, ed analizzati completamente (vedi Oberti et al., 2002 per una lista completa), sono classificabili come hellanditi-(Ce).


Fig. 4a
Fig. 4a: foto SEM in elettroni retrodiffusi del campione olotipo dell'hellandite-(Ce) di Capranica, da Della Ventura et al. (1999). Cristallo di britholite, più chiara, ricoperto da hellandite-(Ce), più scura.

Fig. 4b
Fig. 4b. Ingrandimento della precedente in cui si nota la presenza di aghetti di cheralite disposti all'interno della britholite corrosa.




| La ciprianiite

La ciprianiite (Della Ventura et al. 2002) corrisponde idealmente alla composizione (3) in Tabella 1. Come detto in precedenza, il campione fu trovato da Ezio Bernabè a Tre Croci, Vetralla, in una sienite con 'incrostazioni grigiastre e rugginose zone rossicce' (Bernabè, 1987), tanto comuni nell'area vicana. La roccia comprendeva, oltre al K-feldspato e al plagioclasio, l'orneblenda, la titanite e la magnetite. Nelle buchette tra i cristalli di K-feldspato la ciprianiite era associata a danburite, zircone, thorite, fluorite, tormalina e cancrinite. La composizione chimica del minerale di Tre Croci è riportata in Tabella 3. Come si può notare, il sito T ha un contenuto in Be < 1,0, il sito M1 ha un alto contenuto in Al ed il sito M2 mostra un contenuto in Th prevalente sul Ca, per cui il minerale risulta un nuovo termine estremo (vedi Tabella 1) a cui è stato dato il nome di ciprianiite. Dal momento che nessun elemento delle terre rare supera da solo il contenuto in Ca, sempre nel sito M2, nessun suffisso deve essere applicato per identificare la specie.




TABELLA 3. Formule chimiche (basate su 24 anioni) dei nuovi minerali gruppo dell' hellandite ritrovati nel Lazio





| La mottanaite-(Ce)

La mottanaite-(Ce) (Della Ventura et al. 2002) è stata rinvenuta dallo scrivente in un proietto sienitico proveniente da una vecchia campionatura effettuata molti anni fa a Monte Cavalluccio, spulciando vecchi e polverosi frammenti di proietti per trovare un cristallo limpido di dimensioni accettabili per una analisi al microscopio IR. Dopo le analisi spettroscopiche inviai metà del cristallo alla Dott. Oberti che ne raffinò la struttura. L’analisi SIMS rivelò poi che il cristallo aveva un alto contenuto in Be; la formula chimica finale era quindi compatibile con la formula (7) in Tabella 1, e il minerale doveva pertanto essere considerato un nuovo termine estremo della famiglia dell’hellandite.

Un minerale nuovo trovato per il classico colpo di fortuna! La mottanaite-(Ce) quindi proviene da un proietto sienitico di M.te Cavalluccio; la roccia, un proietto di tipo "A" (Della Ventura et al., 1992) è costituita da K-feldspato, plagioclasio, clinopirosseno, biotite, melanite, magnetite e titanite. La mottanaite-(Ce) si osserva nelle cavità del proietto in cristalli ben formati di colore marroncino, trasparenti, fino a 0,5 mm, associati a zircone, titanite, baddeleyite, britholite e silico fosfati di Th, U e REE con composizione vicina alla cheralite (Figura 5). Alcuni cristalli di mottanaite-(Ce) sono presenti anche all’interno del campione, di nuovo cresciuti su britholite, come osservato per il campione di Capranica.

La composizione chimica del minerale di Monte Cavalluccio è riportata in Tabella 3. Come si può notare, il sito T ha un contenuto in Be > 1,0 ed un basso contenuto in OH, il sito M1 ha un contenuto prevalente in Al ed il sito M2 mostra un contenuto significativo di Th, ma preponderante in REE, per cui il minerale risulta un nuovo termine estremo (vedi Tabella 1) a cui è stato dato il nome di mottanaite. Dal momento che il Ce, tra le REE, supera da solo il contenuto in Ca, sempre nel sito M2, deve essere applicato al nome il suffisso –(Ce) per identificare correttamente la specie.


Fig. 5 (1)
Figura 5(1). Foto SEM in elettroni retrodiffusi di una sezione sottile del campione olotipo della mottanaite-(Ce) di Monte Cavalluccio, modificato da Della Ventura et al. (2002).
(1) concrescimento di mottanaite-(Ce), grigio piu scuro, con britholite


Fig. 5 (2)
Figura 5(2). Cristallo singolo di mottanaite-(Ce) in buchetta tra sanidini

Fig. 5 (3)
Figura 5(3). Cheralite aghiforme tra cristalli di clinopirosseno e feldspato

Fig. 5 (4)
Figura 5(4). Cristallo di mottanaite-(Ce), grigio piu scuro, associato con baddeleyite aciculare (grigio più chiaro)




| Conclusioni

Spero con questa breve nota di aver chiarito i problemi scientifici e sistematici relativi ad un gruppo di minerali a composizione complessa come le hellanditi. Un punto finale che ancora vorrei chiarire è che non è possibile, sulla base delle sole osservazioni di campagna (morfologia, colore, sfaldature, giacitura, etc.) anche associate ad analisi scientifiche preliminari (diffrattogramma di raggi X) identificare completamente la specie. Tutte le hellanditi finora trovate nel Lazio hanno caratteristiche, come il colore o la morfologia, molto simili tra loro, e anche all’interno dello stesso proietto è possibile trovare cristalli di specie diverse. Come spiegato da Della Ventura et al. (1999) e da Oberti et al. (1999, 2002) l’hellandite ha una struttura capace di incorporare elementi pesanti e leggeri di diversa natura e in diversa quantità: in poche parole è capace di prendere quello che passa, e non mostra selettività rispetto a qualche particolare elemento, ad esempio le terre rare leggere (cerio e lantanio), come molti minerali tipo la monazite o la titanite. Da una parte questo fatto rende l’hellandite molto interessante per il petrologo, che sulla base della sua composizione può ricostruire l’ambiente geologico al momento della sua formazione. Ma per il mineralogista questo fatto costituisce un problema, perché i cristalli possono avere composizioni variabili ed essere zonati, cosa che rende piuttosto complesso lo studio del minerale. Dai dati della Tabella 3 infatti si nota che le diverse specie mottanaite, ciprianiite ed hellandite si differenziano solo in base a piccole, anche se significative, variazioni di qualche elemento. Per esempio tutte contengono quantità notevoli di Be, che riempie poco meno della metà del sito T come nella ciprianiite, ma solo la mottanaite ha un contenuto in Be che supera di poco la metà del sito, cosa che necessita l’introduzione di un nuovo nome. Così come tutte hanno quantità significative di Th, ma solo nella ciprianiite il Th raggiunge la quantità richiesta per l’introduzione di un nuovo termine. Pertanto durante la ricerca di campagna è possibile solo classificare un cristallo usando una espressione generica tipo minerale del gruppo dell’hellandite o più semplicemente hellandite.




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